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Gesuiti
Movimento Eucaristico Giovanile
Sezione giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del Papa

Policy per la tutela dei minori

Home Policy per la tutela dei minori

Presentazione

Il Movimento Eucaristico Giovanile

Il Movimento Eucaristico Giovanile (MEG) è il ramo giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del Papa (già “Apostolato della Preghiera”), promossa dai padri gesuiti, nata cento anni fa in Francia e da più di settanta presente in Italia come servizio alla Chiesa locale, in diversi Istituti Religiosi e in molte parrocchie diocesane. Al MEG Italia fanno riferimento anche Malta, l’Albania e la comunità MEG del Foyer Chatolique di Bruxelles. Il MEG si propone di educare i bambini, i ragazzi e i giovani, dagli 8 ai 23 anni, ad una spiritualità che vede nell’Eucaristia la fonte e il culmine della vita cristiana.

Articolazione in branche

Il cammino di fede di un ragazzo del MEG avviene in quattro tappe, corrispondenti a quattro fasce d’età che vengono chiamate branche.

  • Gruppi Emmaus (GE 8-10 anni)
  • Ragazzi Nuovi (RN 11-13 anni)
  • Comunità 14 (C14 14-16 anni)
  • Pre Testimoni (PRE-T 17-23 anni circa)

La Comunità, il gruppo, il Responsabile

Il Movimento si compone, sul territorio nazionale, di diverse Comunità. Ciascuna Comunità, a sua volta, è articolata in tanti piccoli gruppi delle diverse branche. Ogni gruppo è affidato ad un Responsabile.

I luoghi d’incontro

Il progetto educativo del MEG trova la sua attuazione nel corso di diversi appuntamenti:

Riunione settimanale. Come struttura-base di vita e di operatività il MEG sceglie i gruppi. Essi si riuniscono settimanalmente sotto la guida di un Responsabile.

Giornate o week-end Regionali. Tre volte all’anno le comunità di una stessa Regione si incontrano per approfondire alcuni temi specifici e per vivere l’esperienza dell’incontro, dell’amicizia e della comunione e per coltivare il senso di appartenenza.

Convegni Nazionali. Una volta all’anno il Movimento offre a tutte le sue comunità l’occasione di celebrare il cammino di fede di tutto il Movimento in un grande incontro nazionale (che generalmente si svolge a Frascati). Ogni branca ha il suo Convegno (fatta eccezione per gli Emmaus e i Ragazzi Nuovi che si riuniscono assieme). Il tempo dei pasti è in comune e le Messe vengono celebrate insieme.

Convegno di Formazione PRE-T e Responsabili. Pur cercando di assicurare che, nelle Regioni in cui il MEG è presente, gli animatori abbiano un cammino di formazione nella vita ordinaria, vengono organizzati annualmente incontri nazionali mirati alla formazione permanente dei ragazzi più grandi del Movimento: PRE-T e Responsabili.

I campi estivi. In molte Regioni, ogni estate, vengono organizzati campi di branca per i più piccoli. I più grandi, invece, vengono invitati a partecipare a corsi di approfondimento organizzati dalla Compagnia di Gesù o a campi missionari nazionali o internazionali.

Gli Esercizi Spirituali. Centro Nazionale offre la possibilità di Esercizi Spirituali annuali, secondo il metodo di sant’Ignazio, a tutti coloro che hanno già alle spalle un cammino di fede e che, assistiti da un presbitero, intendono attuare un serio discernimento sulla volontà di Dio per la loro vita.

Safeguarding Policy

1. Premessa

Il Movimento Eucaristico Giovanile (in seguito: “MEG” o “Movimento”) pone al centro della propria missione lo sviluppo umano e spirituale dei bambini, adolescenti e giovani che aderiscono al Movimento stesso.

In tale ottica, il MEG s’impegna a lottare contro ogni forma di abuso ai danni dei predetti soggetti: ciò in considerazione della particolare vulnerabilità di questi ultimi e della conseguente necessità di tutelarne i diritti fondamentali e preservarne l’integrità fisica e psicologica in ogni contesto e ambito, inclusa la sfera d’azione del Movimento.

Il MEG aderisce ai principi e alle prescrizioni rilevanti contenuti nella normativa italiana e internazionale in materia di protezione dei minori e delle persone vulnerabili.

Inoltre, al fine di perseguire lo scopo sopra indicato, il MEG adotta la presente Safeguarding Policy.

All’interno del MEG, la Policy si applica ai seguenti soggetti:

  1. Responsabile Nazionale
  2. Responsabili Regionali
  3. Responsabili di Comunità
  4. Responsabili di Gruppo
  5. Collaboratori e volontari occasionali, incluso lo staff di convegni, campi ed eventi MEG cui partecipino minori e/o persone vulnerabili.

Ai fini dell’individuazione dell’ambito applicativo della Policy, si precisano di seguito i significati attribuiti ad alcune espressioni utilizzate nel presente testo e si espongono alcune nozioni utili alla corretta applicazione delle linee guida.

2. Abuso sessuale di minore

2.1 Il fenomeno e la sua gravità

Per abuso sessuale di minore si intende, in termini generali, qualsiasi attività sessuale che coinvolge un adulto e un minore, cioè una persona che non abbia compiuto i 18 anni. Precisiamo che questa ampia definizione non è da intendersi in senso tecnico-giuridico: lo scopo di una ampia definizione nell’ambito di queste policy persegue infatti lo scopo di assicurare il più ampio spettro applicativo delle previsioni contenute in questo testo, prescindendo dalla portata – ben più ristretta – che ha la nozione di abuso in ambito giuridico – normativo.

Dal punto di vista giuridico l’abuso sessuale è tale per la condizione della vittima abusata, incapace di essere consapevole del reale significato di quanto è proposto, incapace di dare un consenso consapevole e responsabile delle conseguenze di quanto accetta.

In questi casi si abusa della condizione d’incapacità del minore per imporre, oppure per ottenere, un consenso che riguarda direttamente la sfera della propria intimità fisica e psicologica.

L’abuso non fa riferimento né alla frequenza né alla qualità del trauma provocato. Abuso sessuale è approfittarsi di una condizione d’inferiorità della vittima, nella quale, pertanto, questa non può liberamente rifiutarsi.

Il comportamento delittuoso assume particolare gravità quando l’adulto che abusa è un chierico o un religioso. Si tratta di persone vincolate dal celibato mediante la legge o il voto e nei confronti delle quali si ha, in genere, stima e fiducia, anche a causa della loro scelta di vita.

I comportamenti associati all’abuso sessuale possono rientrare in diverse categorie (dall’esibizionismo alla pornografia, dall’induzione del minore alla prostituzione al “turismo sessuale”) e possono esprimersi in diverse forme d’intimità fisica (carezze indebite, masturbazione, fino al rapporto sessuale). Il contatto fisico non è necessario. In riferimento a queste situazioni, per «abuso» è da intendere ogni comportamento, violenza, minaccia, inganno, frode, uso non appropriato della propria autorità attraverso i quali si approfitta della condizione d’inferiorità fisica o psichica dell’abusato.

Non è necessario che l’esibizionista sessuale adulto abbia un contatto fisico con la sua vittima per commettere abuso sessuale, come nel caso di una conversazione di carattere sessuale da parte dell’adulto, che molesta un minorenne violando i limiti imposti dal rispetto.

È utile ricordare che chi commette l’abuso inizialmente cerca di accattivarsi la fiducia e la simpatia dei minori – anche attraverso promessa o dazione di denaro, regali, o altre utilità – e dei loro genitori e solo in seguito, con gradualità, passa dal «gioco lecito» alle pretese o alla violenza vera e propria. Dopo l’abuso, spesso, l’adulto tenta di imporre il segreto, in modo che nessuno lo possa accusare e così poter continuare.

L’attività sessuale con bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli) è detta «pedofilia». Quando un adulto si sente attratto sessualmente verso adolescenti nella loro fase della pubertà e in ogni caso minori, si parla di «efebofilia». Qualsiasi atto di pedofilia o di efebofilia, costituisce un abuso sessuale di minore.

Dal punto di vista della psicopatologia e della sessuologia clinica, l’abuso sessuale sui minori, indipendentemente dal modo con cui si manifesta, si configura – nell’adulto che lo ha compiuto – come una grave distorsione nelle dinamiche della personalità, con forte influsso sui livelli motivazionali delle relazioni interpersonali. L’analisi delle cause della perversione è alquanto complessa.

2.2 Riconoscere i segnali

Segnali di un possibile malessere del bambino o dell’adolescente:

  • Passività, ripiego su di sé, perdita dell’autostima
  • Aggressività, cambiamenti di umore repentini
  • Tendenza ad evitare determinati luoghi, situazioni o persone, o inversamente, attaccamento smoderato all’adulto
  • Reticenza o perdita d’interesse per l’attività, o inversamente, fuga in un’attività o nello studio
  • Sviluppo di paure e fobie
  • Disturbi del sonno o dell’appetito

Bambini:

  • Giochi ripetitivi in cui l’abuso sessuale è nuovamente espresso
  • Incontinenza
  • Conoscenze o comportamenti sessuali precoci o aggressivi (da non confondere con il naturale sviluppo sessuale del bambino e la sua normale curiosità)

Adolescenti:

  • Comportamenti autolesivi
  • Tossicomanie
  • Promiscuità
  • Fughe
  • Gravidanze precoci

3. Obbiettivi

La presente Policy è adottata al fine di:

  • sensibilizzare i Responsabili del Movimento – nonché i collaboratori e volontari occasionali – circa la necessità di tutelare i minori affidati alle loro cure rispetto ad eventuali comportamenti abusivi o inappropriati ai danni di tali soggetti.

A tale scopo, il MEG garantisce la diffusione della Policy presso tutti i soggetti predetti e la rende pubblica sul proprio sito web (https://meg-italia.it/).

In ogni Comunità, il Responsabile di Comunità definisce le modalità di distribuzione e spiegazione della Policy a tutti i Responsabili di Gruppo. Questi ultimi s’impegnano espressamente, nelle modalità prestabilite dal Responsabile Regionale competente, a rispettare il Codice di Condotta e attivare la Procedura di Segnalazione quando necessario.

Un impegno analogo viene richiesto, dai Responsabili competenti, ai collaboratori e volontari a titolo saltuario in occasione di campi, convegni ed eventi MEG.

I Responsabili di Comunità possono decidere, ove opportuno, di diffondere la Policy anche presso le famiglie dei minori aderenti al MEG.

  • prevenire i citati comportamenti abusivi o inappropriati in seno al Movimento e nell’ambito delle attività da questo organizzate.

È opportuno che, in ogni Comunità, i Responsabili del MEG, compresi i collaboratori e i volontari a titolo occasionale, siano formati sui rischi di abusi ai danni di minori e vengano specificamente istruiti sulle procedure da attivare qualora vengano a conoscenza di abusi o comportamenti inappropriati ai danni di minori del Movimento.

Tutte le attività organizzate e i contenuti diffusi dal MEG – anche tramite l’utilizzo dei c.d. ‘social media’ – devono essere preventivamente valutati dai Responsabili competenti alla luce della presente Policy, così da garantire che ogni possibile rischio per minori e soggetti vulnerabili sia identificato in anticipo e siano sviluppati sistemi di controllo, monitoraggio e valutazione.

  • assicurare un’azione efficace in caso di comportamenti abusivi o inappropriati ai danni dei bambini, adolescenti e giovani aderenti al Movimento.

La Policy obbliga i Responsabili del MEG, compresi i collaboratori e i volontari a titolo occasionale, a segnalare ogni abuso o comportamento scorretto/inappropriato ai danni di minori o soggetti vulnerabili il cui presunto autore sia un Responsabile del MEG, un collaboratore o volontario a titolo occasionale, o una persona esterna al Movimento.

Tutte le segnalazioni devono essere effettuate nell’immediatezza della notizia sull’abuso e comunque entro le 24 ore successive alla citata notizia, fatti salvi casi eccezionali d’impossibilità o impraticabilità della segnalazione o, ancora, nell’ipotesi in cui la segnalazione potrebbe nuocere agli interessi del minore o del soggetto vulnerabile.

Per garantire la massima tutela delle persone coinvolte, i Responsabili sono tenuti a segnalare gli eventuali abusi esclusivamente ai Responsabili di riferimento (Responsabili di Comunità o Regionali o Responsabile Nazionale), curando di ridurre al minimo i rischi di fuoriuscita di notizie e conseguente violazione dell’obbligo di riservatezza.

Ogni aderente al MEG che dovesse segnalare in modo malizioso o intenzionalmente non veritiero un sospetto di abuso potrà incorrere nell’allontanamento dalle attività del MEG, oltre all’eventuale segnalazione all’autorità di giudiziaria per i reati che la stessa riterrà opportuno perseguire.

  • garantire una risposta adeguata ad eventuali segnalazioni di abusi e/o comportamenti inappropriati ai danni dei minori aderenti al Movimento.

Per garantire un’adeguata tutela dei minori aderenti al MEG, sono istituiti a livello centrale due organi ad hoc: il Delegato in materia di abusi e il Comitato per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili aderenti al MEG.

Il Delegato in materia di abusi

Il Delegato è l’organo di riferimento per una corretta ed efficace trattazione di tutti i casi di abuso segnalati all’interno del Movimento. È nominato dal Responsabile Nazionale del MEG.

Il Delegato rappresenta il principale riferimento, a livello nazionale, per la valutazione degli abusi segnalati all’interno del Movimento e l’identificazione delle misure necessarie a determinarne l’immediata e definitiva cessazione. Egli raccomanda anche eventuali misure idonee a favorire la riparazione, o almeno il contenimento, dei danni a carico delle eventuali vittime.

Il Comitato per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili aderenti al MEG (“Comitato”)

È composto dal Responsabile Nazionale del MEG, dal Delegato in materia di abusi e dal Responsabile della Regione ove è effettuata la segnalazione.

Il Comitato è l’organo che registra a livello centrale tutte le segnalazioni di sospetto abuso, coordina il processo di analisi e risposta, sostiene e accompagna i Responsabili Regionali nel loro ruolo decisionale e di responsabilità gestionale in relazione ai casi di loro competenza;

Il Comitato tratta direttamente le segnalazioni più gravi e in particolare quelle che richiedono l’intervento di consulenti o altri soggetti – anche istituzionali – esterni al Movimento (come ad esempio lo psicologo, l’avvocato, i servizi sociali, etc.) e quelle che rendono opportuno o necessario il coinvolgimento dell’Autorità Giudiziaria.

Codice di condotta

Impegnarsi nelle attività del MEG significa essere consapevole del fatto che la funzione educativa conferisce al Responsabile la responsabilità di creare un contesto sicuro, di apprendimento, di svago e di rispetto reciproco, che richiede la capacità di organizzare le singole attività e la necessità di interfacciarsi con i minori. Quando questo potere non è utilizzato nell’interesse dei bambini e degli adolescenti ma a scopi personali, l’adulto abusa del suo ruolo.

Quando l’adulto utilizza la sua posizione per manipolare il bambino e sfruttare la sua fiducia, ammirazione, ingenuità, curiosità, paura o dipendenza, per indurlo a compiere o subire atti sessuali, abusa del suo ruolo.

Per minimizzare i rischi di comportamenti sessuali inappropriati da parte di un Responsabile (o altro adulto con compiti educativi) che abusi del proprio ruolo nel lavoro a contatto con i soggetti vulnerabili, i Responsabili del MEG, compresi i collaboratori e volontari a titolo occasionale, sono tenuti ad osservare gli obblighi e i divieti di seguito illustrati.

3.1 Obblighi

Ogni Responsabile è tenuto a:

  1. perseguire il superiore interesse dei minori e delle persone vulnerabili in tutte le attività che egli organizza in seno al MEG;
  2. mantenere un elevato profilo personale e nell’esercizio della sua responsabilità all’interno del Movimento, comportandosi in maniera coerente con la presente Policy e facendo in modo che tutte le sue azioni siano un esempio positivo per i minori e i soggetti vulnerabili affidati alle sue cure;
  3. trattare in modo rispettoso ed inclusivo tutti i minori e le persone vulnerabili con cui entra in contatto, rispettandone l’identità, le differenze culturali, religiose o legate al sesso, le caratteristiche fisiche e la provenienza sociale;
  4. essere vigile nell’identificare situazioni che possano comportare rischi per i minori e le persone vulnerabili e saperle gestire;
  5. riportare ai soggetti preposti sospetti circostanziati o certezze circa un possibile abuso o maltrattamento verso minori o soggetti vulnerabili, nell’assoluto rispetto dei principi di massima riservatezza e confidenzialità, così come stabilito nella presente Policy e nella relativa Procedura di Segnalazione;
  1. infondere nei minori la consapevolezza dei loro diritti, di quali comportamenti a loro rivolti siano accettabili e quali no, e sostenerli nello sviluppo delle loro capacità di autotutela;
  2. organizzare le attività, gli spazi, i materiali e la logistica in generale in modo idoneo a minimizzare i rischi di abusi;
  3. lavorare con i minori e i soggetti vulnerabili in presenza di almeno un altro adulto, evitando di restare solo con uno o più di essi. Ove ciò non sia realizzabile, assicurarsi di essere perlomeno visibile agli altri soggetti adulti durante lo svolgimento delle attività o attenersi alle modalità alternative di tutela dei diversi gruppi che siano state fissate dal Responsabile di Comunità;
  4. stabilire preventivamente con gli altri Responsabili, e comunicare ai genitori dei minori, le modalità e i mezzi che saranno utilizzati per le comunicazioni con i minori;
  5. utilizzare i ‘social media’ in modo responsabile e coerente con l’impegno educativo assunto nei confronti dei minori e dei soggetti vulnerabili. Considerati, da un lato, l’obbligo di coerenza che grava su chiunque rivesta ruoli educativi e, dall’altro, l’impossibilità di controllare il numero dei destinatari dei contenuti immessi in rete, ogni Responsabile è tenuto a rispettare l’impegno ad un uso responsabile e costruttivo dei social media sia all’interno che all’esterno del MEG.

3.2 Divieti

Nessun Responsabile può:

  1. maltrattare, abusare o sfruttare un minore o un soggetto vulnerabile, sia fisicamente che psicologicamente, influendo negativamente sul loro sviluppo armonico e socio-relazionale;
  2. avere rapporti sessuali con minori di sedici anni, fermo restando eventuali e più stringenti divieti imposti dagli ordinamenti giuridici degli Stati interessati dalle presenti policy;
  3. agire in modi che possano porre i minori e i soggetti vulnerabili a rischio di sfruttamento, maltrattamento o abuso;
  4. usare un linguaggio, dare suggerimenti o dare consigli inappropriati, offensivi o abusivi;
  5. comportarsi in maniera sessualmente provocante;
  6. utilizzare i mezzi di comunicazione (telefonate, WhatsApp) per comunicare con i minori fuori dai contesti delle attività MEG e in modo non coerente con le finalità del Movimento;
  7. utilizzare i social media in modo non coerente con i valori promossi e difesi in seno al Movimento;
  8. tollerare o partecipare a comportamenti di minori e di soggetti vulnerabili che siano illegali o che mettano a rischio la loro sicurezza;
  9. Ricercare occasioni per isolarsi con minori in assenza di valide ragioni.
  10. permettere a uno o più minori o soggetti vulnerabili con cui si svolgono le attività di dormire nella propria casa e nella stessa stanza.
  11. In occasione di convegni o altre attività residenziali, dormire nella stessa stanza di un minore, senza sorveglianza o autorizzazione preventiva dei genitori di minori, salvo circostanze eccezionali;
  12. trasportare da solo uno o più minori o soggetti vulnerabili con mezzo di trasporto proprio senza aver informato previamente i genitori;
  13. dare denaro, beni o altri benefici ad un minore o una persona vulnerabile al di fuori dei parametri e degli scopi relativi alle attività del MEG e/o senza che il genitore ne sia a conoscenza.

Le liste di obblighi e divieti sopra riportate non sono da intendersi in senso tassativo. Il principio che deve orientare i soggetti adulti è che si devono evitare azioni o comportamenti che possano risultare inappropriati o abusive nei riguardi di minori e soggetti vulnerabili.

Procedura di segnalazione

1. Premesse e principi generali

1. La presente procedura persegue il fine agevolare la gestione di segnalazioni di abusi sessuali in danno di minori appartenenti alMovimento eucaristico giovanile (MEG). Le presenti note non escludono in nessun modo, né intendono ostacolare, il dovere morale di segnalare alla competente autorità dello Stato le notizie di casi di abuso sessuale in danno di minore, appartenente o meno a MEG.

2. Il bene del minore e la sua tutela è la prima e doverosa preoccupazione e il fine delle presenti note.

3. Non è ammessa alcuna azione volta ad impedire l’accertamento dei fatti o ad influire sulle dichiarazioni in occasione delle segnalazioni.

4. Entrambi i genitori o il/i tutore/i legali della presunta vittima di abuso sessuale devono essere sempre informati in merito alle segnalazioni pervenute perché possano esercitare appieno il loro diritto e dovere di tutelare il minore. Fa eccezione il caso in cui la segnalazione riguardi uno o entrambi i genitori o chi ha la responsabilità legale del minore ovvero il caso in cui la comunicazione della predetta segnalazione ai soggetti summenzionati possa mettere in pericolo il minore: in questi casi la segnalazione andrà inoltrata alla competente autorità civile o/e agli organismi preposti alla tutela del minore (servizi sociali).

5. Qualora il segnalante si sia rivolto al Responsabile di Gruppo o di Comunità, quest’ultimo, a sua volta, deve immediatamente trasmettere la segnalazione al Responsabile Regionale; ovviamente il segnalante può rivolgersi direttamente dal Responsabile Regionale oppure al Responsabile Nazionale del MEG.

6. Il Responsabile Regionale deve informare tempestivamente il Responsabile Nazionale del MEG ai fini del coinvolgimento del Comitato. Tale organo ha la responsabilità di fornire al Responsabile Regionale competente il sostegno e la guida necessari per la trattazione del caso, nonché informare i genitori o i servizi sociali.

6. Al Responsabile di Gruppo o di Comunità è affidato il compito di garantire la correttezza del trattamento delle segnalazioni e che il segnalante possa essere ascoltato immediatamente. Se la segnalazione perviene a qualche soggetto ecclesiastico, come per esempio un parroco, questi è tenuto a contattare immediatamente il Responsabile di Comunità. Se il soggetto ecclesiastico appartiene al MEG dovrà rispettare le previsioni delle presente linee guida (senza con questo escludere l’applicabilità di ulteriori previsioni / linee guida dell’Ordine di Appartenenza);

7. Il fascicolo contenente la segnalazione deve essere conservato in un archivio riservato dal Comitato e potrà essere consegnato al Superiore e all’Autorità Giudiziaria previa richiesta da parte di quest’ultima.

8. La persona sospettata o accusata di abuso deve essere considerata innocente fino all’accertamento definitivo della responsabilità da parte delle autorità competenti.

9. In ogni caso, il Comitato può adottare provvedimenti cautelativi (es: sospensione della persona accusata dalle attività del MEG) nei casi di non manifesta infondatezza.

9. Non compete al Comitato:

a) l’accertamento delle responsabilità e nemmeno di svolgere l’indagine previa prevista dall’ordinamento canonico nell’ipotesi in cui sia coinvolto un chierico. Il Responsabile Regionale può esprimere un parere di manifesta infondatezza o non manifesta infondatezza, in entrambi i casi comunque verranno nel minor tempo possibile informati della segnalazione entrambi i genitori del minore o i suoi tutori, ovvero i servizi sociali nei casi di cui al n. 4 e il Superiore provinciale qualora sia coinvolto un chierico come accusato.

b) trasmettere la segnalazione all’autorità giudiziaria, poiché questo compete eventualmente ai genitori e/o tutori del minore che il Comitato garantisce siano sempre immediatamente informati. Fa eccezione il caso in cui la segnalazione riguardi uno o entrambi i genitori: in questi casi il Comitato provvederà a trasmettere la segnalazione ai servizi sociali per i debiti accertamenti.

La decisione in merito alla presentazione di denuncia all’Autorità Giudiziaria è rimessa alla libera decisione dei soggetti coinvolti.

In ogni caso si sottolinea il dovere di informare l’autorità giudiziaria laddove il fatto integri un delitto procedibile d’ufficio e sia stato appreso da un soggetto incaricato di pubblico servizio.

2. Articolazione della procedura

1. Primo momento: il contatto iniziale con la persona che inoltra la segnalazione/accusa

Il sorgere di una segnalazione può avvenire sia nell’ambito di un’Attività o Comunità del MEG – anche aventi sede in parrocchia o presso una scuola religiosa – sia esternamente a tali ambiti.

La segnalazione può essere raccolta:

  • Da un responsabile di Gruppo
  • Da un responsabile di Comunità
  • Direttamente dal responsabile regionale

Nell’ipotesi in cui la segnalazione sia raccolta da un collaboratore o volontario occasionale del Meg, il predetto soggetto deve rivolgersi immediatamente al Responsabile di Gruppo o al Responsabile di Comunità.

Se la segnalazione è inizialmente rivolta al parroco, qualora l’attività o la comunità del Meg abbia sede presso una parrocchia, quest’ultimo dopo aver ascoltato, mette in contatto la persona che effettua la segnalazione direttamente con il Responsabile di Comunità.

Se la segnalazione è raccolta da un operatore scolastico, qualora l’attività o la comunità del MEG abbia sede presso una scuola religiosa, quest’ultimo dopo aver ascoltato, trasmette la segnalazione direttamente al Direttore dell’istituto religioso il quale informa, ai fini di opportuno coordinamento, il Responsabile di Comunità e il Responsabile Regionale.

Il Responsabile procederà nel modo seguente:

  1. Quando viene inoltrata una segnalazione avente per oggetto un abuso in danno di minori, il Responsabile deve accogliere prontamente la persona che si presenta, garantendo ascolto ed attenzione.
  2. Nel caso in cui il Responsabile sia un sacerdote, egli sia molto chiaro nell’esplicitare alla persona che rende le dichiarazioni sulla natura non sacramentale della conversazione; non vi sia malinteso alcuno circa la non applicazione del sigillo sacramentale della confessione.
  3. L’ascolto dei fatti oggetto di segnalazione va effettuato in un luogo riservato e protetto, nell’interesse sia della persona che effettua a segnalazione, sia del minore coinvolto (se non coincidente con la persona che effettua la segnalazione), sia per la riservatezza stessa circa le informazioni oggetto della comunicazione.
  4. Nel caso in cui la persona che procede alla segnalazione manifesti un atteggiamento spaventato, agitato o risentitamente accusatorio, il Responsabile sappia manifestarsi sollecito nell’ascolto e pronto a considerare seriamente i fatti. Sia rassicurante.
  5. Per quanto possibile e pratico, occorre prendere appunti già durante la conversazione. Importante: chiedere sempre il permesso di annotare tutte le informazioni dichiarate e spiegarne il motivo. Dove non è opportuno prendere appunti al momento, provvedere a stendere una annotazione per iscritto appena possibile, ed in ogni caso prima della fine della giornata. Essa dovrebbe normalmente contenere:
  1. ora, data, luogo del colloquio (oppure indicare se la comunicazione è avvenuta per lettera o telefono), e le persone presenti;
  2. nome e cognome della persona che riceve la segnalazione;
  3. nome e cognome, indirizzo, recapiti telefonici della persona che ha fatto la segnalazione (anche dei genitori o nonni o tutori legali nel caso in cui la segnalazione provenga dal minore stesso);
  4. il nome della persona contro la quale la segnalazione è stata fatta e qualsiasi altra informazione identificativa utile;
  5. informazioni sulle circostanze oggetto della segnalazione (persone coinvolte, luoghi, tempistica, etc.);
  6. qualsiasi eventuale spiegazione offerta dal dichiarante per quanto riguarda l’oggetto del racconto;
  7. ogni parere espresso dal genitore del bambino o tutore sulla questione, se questi si sono presentati e/o intervenuti in merito alla segnalazione;
  8. nel caso in cui la segnalazione provenga da altro sacerdote o incaricato di attività pastorale nel cui contesto gli accadimenti sono maturati: chiedere se sono state adottate misure o intraprese azioni.
  1. Nel caso in cui il racconto provenga direttamente dal minore coinvolto o da altro minore a conoscenza dei fatti, riportare semplicemente il contenuto della dichiarazione del minore, possibilmente con le stesse parole che ha usato per descrivere gli eventi. Si raccomanda di non fare ipotesi circa il significato inteso dal minore circa le parole usate, tantomeno suggerire interpretazioni.
  2. Nella annotazione dei fatti raccontati non bisogna essere selettivi. Importante riportare ogni particolare, anche apparentemente irrilevante.
  3. Qualora il dichiarante intenda consegnare documenti, foto o altro materiale asseritamente (dal dichiarante) probatorio, si invita a farne copia e a non trattenere o custodire gli originali. Questo a meno che si abbia motivo di temere per la perdita o distruzione o sottrazione del materiale in discorso. In questo caso si provvederà – oltre a farne una copia – a riporre gli originali in una busta sigillata e controfirmata dal Responsabile adito e dal segnalante, a disposizione della Autorità giudiziaria.
  4. Al termine del colloquio è importante spiegare al dichiarante che cosa succederà dopo: indicare chi sarà messo a conoscenza delle informazioni fornite, lasciare il recapito telefonico del Responsabile di Comunità nel caso in cui si rendessero necessari ulteriori chiarimenti o precisazioni o integrazioni alla segnalazione.
Attenzioni psicologiche e comunicative da osservare durante il colloquio

È spesso molto difficile per il dichiarante – soprattutto se è la vittima – parlare di un atto di abuso o molestia. Per tale ragione è importante che colui che riceve la segnalazione:

  • ascolti premurosamente e con attenzione;
  • sappia creare un clima di fiducia, in cui il segnalante sia messo nella condizione di raccontare quanto riesce a ricordare;
  • mostri un atteggiamento di obiettività e non parzialità.

Le persone possono raccontare:

  1. Un fatto accaduto a loro stesse, in tempi attuali ed immediatamente recenti, oppure un abuso subito nel passato;
  2. Un fatto accaduto ad altri di cui ne siano stati direttamente testimoni;
  3. Un fatto accaduto ad altri ma di cui siano indirettamente testimoni, per aver notato segni di abuso, come lesioni fisiche su un bambino, o altri elementi gravi che possano far pensare ad una situazione di abuso su minore (ad esempio il comportamento fortemente ambiguo e sospetto di un adulto nei confronti di un minore);
  4. Un fatto che a loro è stato raccontato da qualcun altro e che credono fortemente vero;
  5. Un fatto di abuso da loro stesse commesso (“confessione”).

In ogni caso, ed in particolar modo quando i fatti raccontati riguardano personalmente il dichiarante, è importante attenersi alle seguenti modalità di ascolto:

  1. Colui che riceve la dichiarazione non ha il compito di condurre un’inchiesta, deve solo raccogliere la dichiarazione.
  2. Ascoltare attentamente, non fare domande invadenti o che possano suggerire ricostruzioni o interpretazioni dei fatti. Non mettere in dubbio il contenuto delle dichiarazioni: la ricerca di riscontri avverrà in una fase successiva.
  3. Mantenere un atteggiamento calmo, mostrando di prendere sul serio i fatti raccontati: questo rassicura il dichiarante e consente una narrazione maggiormente approfondita.
  4. Non forzare i tempi della dichiarazione: consentire alla persona di mantenere il proprio ritmo di narrazione. Può darsi che non tutto venga raccontato per intero al primo colloquio, ma siano necessarie più riprese.
  5. Colui che riceve la segnalazione non palesi alcuna reazione di urto, disgusto o riprovazione: simili reazioni possono inavvertitamente dissuadere la persona dal rilasciare ulteriori informazioni; può accadere che il dichiarante si renda ancor più conto della gravità di ciò che gli è accaduto e che si chiuda fino a tacere.
  6. Assicurarsi – con tutte le prudenze del caso – di aver capito bene che cosa il dichiarante stia dicendo per evitare fraintendimenti. A volte il dichiarante utilizza – nella prima fase di racconto – parole non chiare o velate: una sorta di impacciato “dire-non dire”. Colui che riceve la dichiarazione non deve suggerire le parole, ma deve riportare / annotare le stesse parole utilizzate dalla persona segnalante, ripetendo la sua dichiarazione per vedere se viene confermata. Ciò sia fatto con calma, senza alcun atteggiamento di giudizio o di riprovazione. Attenzione: la capacità di una persona di raccontare un fatto dipende dall’età, dalla cultura e nazionalità e da qualsiasi altro fattore (es: disabilità) che possa influire sull’uso di un linguaggio o nella scelta delle parole. Occorre in questa fase semplicemente raccogliere la dichiarazione e prudentemente accertarsi che il dichiarante ne comprenda l’effettiva portata.
  7. Durante o al termine delle dichiarazioni, non rilasciare commenti di alcun tipo, né sul comportamento del dichiarante, né su quello delle persone oggetto del racconto.
  8. Non presentare ipotesi o speculazioni sull’oggetto della dichiarazione.
  9. Spiegare cosa avverrà dopo la segnalazione.
  10. Non fare promesse che non possono essere mantenute, in particolare promesse di confidenziale segretezza. Anzi: avvertire il dichiarante che la confidenza non potrà essere mantenuta, pur con la garanzia dell’adozione di tutte le misure possibili per proteggerlo e per tutelare la sua riservatezza; avvertire che in ogni caso la legittimazione ad inoltrare formale denuncia alle autorità civili spetta al minore e ai suoi genitori.
  11. Offrire al dichiarante la possibilità di un sostegno psicologico professionale e competente.
2. Secondo momento: formazione del fascicolo, con redazione di breve sommaria nota di plausibilità

L’immediatezza di questa seconda fase diviene fondamentale per una composizione il più possibile obiettiva ed affidabile di un fascicolo contenente l’oggetto della segnalazione.

  1. Quanto prima e senza differimento colui che ha raccolto la segnalazione provveda alla formazione di un fascicolo.
  2. Il fascicolo conterrà anzitutto la relazione scritta di quanto ascoltato durante il colloquio. La documentazione così predisposta deve essere immediatamente trasmessa al Responsabile Regionale.
  3. Il Responsabile Regionale, su indicazioni del Comitato e di concerto con il Responsabile di Comunità che ha trasmesso il fascicolo, provvede ad una prima sommaria valutazione sulla attendibilità delle dichiarazioni ricevute. La relazione si concluderà con una breve nota in merito.
  4. L’esito di tale sommaria verifica può consistere in una valutazione di “non manifesta infondatezza” oppure di “manifesta infondatezza” della segnalazione1. In entrambe le ipotesi, il Comitato definisce i modi e i tempi di informazione ai genitori.
  5. Tutti gli appunti originali, tra cui le note scritte di getto ed in brutta copia, devono essere conservati e allegati in fascicolo. Così pure la copia di documenti o altro materiale consegnato dal dichiarante.
  6. Il fascicolo va considerato strettamente confidenziale, tenuto al sicuro e non accessibile a terze persone.
  7. Nei casi di emergenza, in cui il minore sembra essere a rischio grave e immediato, la segnalazione va immediatamente inoltrata alle competenti autorità (servizi sociali, procura della Repubblica, …), senza attendere la stesura finale della relazione.

1 Questa valutazione sarà operata dal Responsabile Regionale di concerto con il Responsabile di Comunità che ha inoltrato la segnalazione e con il supporto del Comitato. I soggetti citati cercheranno semplicemente di valutare la plausibilità della narrazione fatta (correttezza dei nomi delle persone indicate e coinvolte, verosimiglianza dei tempi e dei luoghi indicati, individuazione di evidenti motivi di perplessità circa la veridicità dei fatti addotti, etc.). Tale sommaria verifica è finalizzata unicamente ad una valutazione di “non manifesta infondatezza” per la migliore tutela del minore; al tempo stesso – anche ai fini di una legittima tutela della persona a carico della quale viene fatta la segnalazione – la sommaria valutazione consente di individuare i casi in cui la notizia è da considerarsi del tutto infondata perché manifestamente ed inequivocabilmente impossibile o non veritiera. In ogni caso, sarà cura del Comitato, al termine dell’attività di sommaria verifica, avvisare i genitori del minore coinvolto, affinché il tutto avvenga con la massima trasparenza, e – se del caso – comunicando anche le ragioni per cui si ritiene la notizia del tutto e manifestamente infondata. Infine: l’attività di sommaria verifica deve essere condotta secondo modalità di assoluta riservatezza per la tutela di ogni persona coinvolta, attingendo ai documenti disponibili, senza coinvolgimento di terze persone.

Accuse o segnalazioni anonime

Eventuali denunce anonime devono essere trattate con prudenza. In genere si tratta di dichiarazioni pervenute in forma scritta senza possibilità alcuna di identificarne l’autore.

Possono essere veritiere: l’ansia e la paura possono portare alcune persone a non rivelare immediatamente la loro identità, e quindi la segnalazione potrebbe essere fondata. Tuttavia, il pericolo di segnalazioni del tutto infondate e calunniose non può essere ignorato.

In questi casi:

  1. Se la lettera dovesse essere stata recapitata ad un Responsabile, ad un volontario o collaboratore occasionale o al parroco nonché ad un altro soggetto MEG, essa venga immediatamente e con la massima riservatezza, trasmessa al Responsabile Regionale, per la formazione del fascicolo;
  2. Il fascicolo dovrà contenere, oltre al documento della segnalazione scritta, anche una breve nota accompagnatoria contenente:
  1. Una relazione circa la data e le modalità (chi, dove, in che modo è stata trovata, etc.) del ricevimento dello scritto;
  2. Alcune brevi note descrittive che aiutino a circostanziare meglio i fatti oggetto della segnalazione: parrocchia in cui sarebbe accaduto, operatori pastorali presenti, eventuali altre precedenti segnalazioni o fatti singolari di cui si abbia notizia, anche non attinenti alla materia minorile, ma che possano dare indicazioni utili alla ricostruzione della situazione;
  3. Se la segnalazione riguarda un religioso (chierico o non chierico) il fascicolo verrà trasmesso al Superiore provinciale.
3. Terzo momento: i possibili esiti della segnalazione

Resta infine da considerare la rilevanza giuridica delle notizie raccolte. In capo al Responsabile MEG e al Comitato non sussiste un obbligo di denuncia all’autorità statale.

Si ritiene necessario premettere che l’Ordinamento italiano – fatta eccezione per i delitti contro la personalità dello Stato per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo – non prevede in capo al cittadino alcun obbligo di trasmissione della notitia criminis all’Autorità. Gli artt. 361 e 362 c.p. pongono obblighi di denuncia solamente in capo a pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio (v. art. 331 c.p.p.). L’art. 362 c.p. stabilisce che “L’incaricato di un pubblico servizio che omette o ritarda di denunciare all’autorità indicata nell’articolo precedente un reato del quale abbia avuto notizia nell’esercizio o a causa del servizio, è punito con la multa fino a euro 103. Tale disposizione non si applica se si tratta di un reato punibile a querela della persona offesa, né si applica ai responsabili delle comunità terapeutiche socio-riabilitative per fatti commessi da persone tossicodipendenti affidate per l’esecuzione del programma definito da un servizio pubblico”.

Le fattispecie indicate sono poste a tutela dell’interesse alla acquisizione della notitia criminis da parte del Pubblico Ministero, in quanto organo competente a promuovere l’azione penale.

Il delitto di cui all’art. 362 c.p. stabilisce che “L’incaricato di un pubblico servizio che omette o ritarda di denunciare all’autorità indicata nell’articolo precedente un reato del quale abbia avuto notizia nell’esercizio o a causa del servizio, è punito con la multa fino a euro 103. Tale disposizione non si applica se si tratta di un reato punibile a querela della persona offesa, né si applica ai responsabili delle comunità terapeutiche socio-riabilitative per fatti commessi da persone tossicodipendenti affidate per l’esecuzione del programma definito da un servizio pubblico”. Trattasi di reato di pericolo: per la sussistenza del delitto in discorso non è infatti richiesta la realizzazione concreta di un pregiudizio o di un danno all’amministrazione della giustizia quale conseguenza dell’omessa o tardiva denuncia.

Presupposto del reato di “omessa denuncia da parte di un incaricato di pubblico servizio” è che l’incaricato di pubblico servizio abbia avuto notizia di un reato nell’esercizio o a causa del pubblico servizio e, quindi, in modo concomitante all’esercizio del pubblico servizio ovvero in presenza di un nesso di consequenzialità tra la notizia ricevuta e l’espletamento del servizio, anche al di fuori dell’esplicazione dello stesso.

È indifferente il modo con il quale è stata appresa la notizia: la conoscenza di un fatto costituente reato può essere anche indiretta, cioè non basata sulla percezione immediata del fatto, ma derivante da dichiarazioni di altro soggetto. Le condotte incriminate consistono nell’omissione o nel ritardo nella presentazione della denuncia di reati procedibili d’ufficio.

Per reato (oggetto della notizia) deve intendersi un illecito penale, comprensivo di tutti gli elementi costitutivi, posto in essere in assenza di cause di giustificazione. Non è richiesto che la notitia criminis sia fondata: è sufficiente che il reato si presenti nelle sue linee essenziali, in base ad elementi che appaiono sufficientemente affidabili. L’art. 609 septies c.p. stabilisce che il delitto di cui all’art. 609 bis c.p. è procedibile d’ufficiose il fatto di cui all’art. 609 bis c.p. è commesso nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni diciotto”. Il soggetto attivo del delitto di all’art. 362 c.p. può essere solamente un incaricato di pubblico servizio (i delitti in discorso sono “reati propri”).

Ai sensi dell’art. 358 c.p. “sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme dellapubblica funzione, ma caratterizzata, dalla mancanza dei poteri tipici di quest’ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale”.

L’inciso “a qualunque titolo” evidenzia che, ai fini dell’attribuzione della qualifica in discorso, è indifferente il fatto che il servizio sia svolto gratuitamente o che l’attività svolta sia retribuita. Il secondo comma dell’art. 358 c.p. differenzia il pubblico servizio dalla pubblica funzione sulla base di due parametri di tipo negativo: l’incaricato di pubblico servizio deve essere privo dei poteri tipici della pubblica funzione (potere autoritativo, deliberativo o certificativo) e lo svolgimento dell’attività non deve consistere in una semplice mansione d’ordine o di una prestazione meramente materiale. L’art. 357 c.p. stabilisce che “agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblicala funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi. Dall’analisi del primo comma dell’art. 358 c.p. si evince che, affinché un soggetto possa essere considerato “incaricato di pubblico servizio”, è necessario che l’attività dal medesimo esercitata sia disciplinata da norme di diritto pubblico. L’attribuzione della natura di incaricato di pubblico servizio dipende dal rilievo esclusivo e determinante che la legge attribuisce alla singola attività esercitata in concreto mentre è indifferente l’inquadramento di un soggetto in un ente pubblico piuttosto che privato. L’attività di educazione ed intrattenimento svolta nell’ambito degli oratori, pur essendo riconosciuta dalla Legge (Legge 206 del 1 agosto 2003), non risulta disciplinata da norme di diritto pubblico. Dal momento che i Responsabili MEG non sono qualificabili ex art. 358 c.p. come “incaricati di pubblico servizio”, non può conseguentemente configurarsi il reato proprio di cui all’art. 362 c.p.

Ciò nonostante i predetti soggetti si devono fare strumento di trasparenza, avvisando chi esercita la tutela legale sul minore dell’avvenuta segnalazione.

Ecco alcuni casi esemplificativi che si possono presentare:

A. Segnalazione da terzi al Responsabile di abuso subito da un minore appartenente al MEG nell’ambito di un’attività del MEG e/o Comunità del MEG e/o esternamente alle stesse:

  • da un collaboratore o volontario occasionale
  • da un altro Responsabile
  • da un altro minore appartenente al MEG
  • da altro soggetto appartenente al MEG
  • da un soggetto estraneo al MEG
  1. Il Responsabile di Gruppo raccoglie le dichiarazioni del segnalante, chiedendo il permesso di prendere appunti (qualora il permesso non venisse accordato, annotare le dichiarazioni al termine del colloquio). Al termine dell’incontro dovrà in ogni caso avvisare la persona che ha effettuato la segnalazione che la questione verrà portata a conoscenza del Responsabile Regionale e che verranno informati i genitori del minore.
  • La medesima procedura è seguita dal Responsabile di Comunità qualora riceva notizia direttamente.
  1. Il Responsabile di Gruppo trasmette la segnalazione al Responsabile di Comunità, riferendo tutte le circostanze di cui è venuto a conoscenza.
  2. Il Responsabile di Comunità trasmette immediatamente la segnalazione ricevuta dal Responsabile di Gruppo (o segnalazioni ricevute direttamente) al Responsabile Regionale.
  3. Il Responsabile Regionale informa tempestivamente il Responsabile Nazionale del MEG ai fini del coinvolgimento del Comitato. Tale organo ha la responsabilità di fornire al Responsabile Regionale competente il sostegno e la guida necessari per la trattazione del caso.

Il Responsabile Regionale informa, inoltre:

  • il Parroco, ai fini di coordinamento, in caso di abusi riguardanti Attività o Comunità MEG aventi sede in una parrocchia
  • il Direttore dell’istituto religioso, ai fini di coordinamento, in caso di abusi riguardanti attività o comunità MEG aventi sede presso una scuola religiosa

Il Responsabile inoltre sente la persona sospettata del fatto abusivo, qualora la stessa faccia parte del MEG.

  1. Assieme al Responsabile di Comunità e al Comitato, il Responsabile regionale giunge alla formazione di una nota circa la fondatezza dell’oggetto della segnalazione:

3.1 In caso di “non manifesta infondatezza”, la responsabilità per la trattazione del caso è trasferita al Comitato, cui partecipa obbligatoriamente il Responsabile Regionale che ha inoltrato la segnalazione.

Il Comitato:

  • informa i genitori della segnalazione ricevuta perché possano procedere per la migliore tutela del minore o
  • informa i servizi sociali della segnalazione ricevuta, qualora l’abuso sia stato commesso in ambito familiare, perché siano i servizi a prendere in carico la questione procedendo agli opportuni accertamenti;
  • informa i familiari della persona accusata, qualora la stessa sia un minore;
  • sospende la presenza nell’attività o comunità MEG della persona accusata con prudenza e riservatezza, anche per la tutela della medesima;
  • offre alla famiglia – se lo desidera – competenze di tipo psicologico, medico (consultorio diocesano).

3.2 In caso di manifesta e comprovata infondatezza:

  • si informano comunque i genitori, riferendo della segnalazione ed informando circa le ragioni che portano a ritenere che sia stata una segnalazione infondata; restano in capo ai genitori ulteriori decisioni, restando parrocchia e Servizio a disposizione della famiglia.

B. Segnalazione al Responsabile effettuata dagli stessi genitori di abuso in danno del figlio/a minore:

  • da un collaboratore o volontario occasionale
  • da un altro Responsabile
  • da un altro minore appartenente al MEG
  • da altro soggetto appartenente al MEG
  • da un soggetto estraneo al MEG
  1. Il Responsabile di Gruppo o di Comunità trasmette notizia al Responsabile Regionale, riferendo tutte le circostanze di cui è venuto a conoscenza.
  2. Insieme al Responsabile Regionale, il Comitato affianca ed accompagna i genitori ad una migliore comprensione dei fatti perché siano assunte dalla famiglia – in totale autonomia, ma con piena comprensione della situazione – le decisioni e le misure opportune per la tutela e la protezione del minore.
  3. Assieme al Responsabile di Comunità e al Comitato, il Responsabile Regionale giunge alla formazione di una nota circa la fondatezza dell’oggetto della segnalazione:

2.1 in caso di “non manifesta infondatezza”:

  • sospende la presenza della persona accusata dalle attività o comunità del MEG con prudenza e riservatezza, anche per tutela della medesima;
  • informa i familiari della persona accusata, qualora la stessa sia un minore;
  • offre alla famiglia – se lo desidera – competenze di tipo psicologico e medico (consultorio diocesano, etc.).

2.2 in caso di manifesta e comprovata infondatezza:

  • si condividono con i genitori del minore le ragioni per cui si possa ritenere del tutto infondata l’accusa, rimettendo comunque alla famiglia stessa ogni decisione;
  • se del caso ed opportuno: si informa la persona a carico della quale è stata fatta la segnalazione.

C. Segnalazione al Responsabile proveniente dallo stesso minore MEG

  • segnalazione di minore di abuso subito nell’ambito di un’attività del MEG e/o Comunità del MEG e/o esternamente alle stesse:
  • da un collaboratore o volontario occasionale
  • da un altro Responsabile
  • da un altro minore appartenente al MEG
  • da altro soggetto appartenente al MEG
  • da un soggetto estraneo al MEG
  • nei confronti di altro minore MEG da uno dei soggetti di cui alle ipotesi precedenti.
  1. Il Responsabile di Gruppo o di Comunità trasmette notizia al Responsabile Regionale, riferendo tutte le circostanze di cui è venuto a conoscenza
  2. Il Responsabile riferisce a sua volta al Comitato.
  3. Assieme al Responsabile di Comunità e al Comitato, il Responsabile regionale giunge alla formazione di una nota circa la fondatezza dell’oggetto della segnalazione:

3.1 In caso di “non manifesta infondatezza”, la responsabilità per la trattazione del caso è trasferita al Comitato, cui partecipa obbligatoriamente il Responsabile Regionale che ha inoltrato la segnalazione. Il Comitato:

  • informa i genitori della segnalazione ricevuta perché possano procedere per la migliore tutela del minore
  • informa i familiari della persona accusata, qualora la stessa sia un minore;
  • sospende la presenza nell’attività o comunità MEG della persona accusata con prudenza e riservatezza, anche per la tutela della medesima;
  • offre alla famiglia – se lo desidera – competenze di tipo psicologico, medico (consultorio diocesano).

3.2 In caso di manifesta e comprovata infondatezza:

  • si informano comunque i genitori, riferendo della segnalazione ed informando circa le ragioni che portano a ritenere che sia stata una segnalazione infondata; restano in capo ai genitori ulteriori decisioni, restando parrocchia e Servizio a disposizione della famiglia.

Segnalazione di minore di abuso subito in ambito familiare

  1. Il Responsabile di Gruppo o di Comunità trasmette notizia al Responsabile Regionale, riferendo tutte le circostanze di cui è venuto a conoscenza.
  2. Il Responsabile riferisce a sua volta al Comitato.
  3. Il Comitato, di concerto con il Responsabile Regionale, informa i servizi sociali competenti per territorio dell’avvenuta segnalazione di abuso da parte del minore stesso, perché siano i servizi a prendere in carico la questione, procedendo agli opportuni accertamenti.

D. Segnalazione al Responsabile di abuso subito da un minore nell’ambito di un’attività del MEG e/o Comunità del MEG e/o esternamente alle stesse da parte di un religioso (chierico o non chierico):

La segnalazione potrebbe avvenire nell’ambito di un’attività del MEG o nell’ambito di una comunità del MEG: in questo caso il Responsabile o chi ha ricevuto la segnalazione a carico di un chierico, dovrà prontamente avvertire il Responsabile Regionale il quale procederà così come negli altri casi ma informando immediatamente anche il Superiore provinciale.

Appendice

Legislazione italiana

A – Quadro normativo italiano

1. Violenza sessuale (Art. 609-bis)

Chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

Il concetto di atti sessuali è molto ampio. Secondo la Suprema Corte di Cassazione sono atti sessuali tutti i toccamenti che stimolano zone erogene del corpo, anche se commessi sopra i vestiti.

Tali atti integrano violenza sessuale se compiuti senza il (preventivo) consenso della persona offesa.

La minaccia è la prospettazione di un male futuro, la violenza una “esplicazione di energia fisica diretta a piegare la volontà o vincere la resistenza del soggetto nei cui confronti viene esercitata”. Nel concetto di atti commessi mediante violenza rientrano gli atti compiuti in modo repentino poiché impediscono alla persona offesa di sottrarsi al toccamento.

Ulteriori ipotesi di violenza sessuale, caratterizzate questa volta dall’assenza di indici di costrizione, sono previste nel comma 2 dell’art. 609-bis, n. 1 e n. 2.

L’induzione consiste in un’attività di pressione morale, a carattere persuasivo o suggestivo, volta ad “influire sul processo di formazione dell’altrui volere”, determinando il destinatario “al comportamento avuto di mira”.

2. Atti sessuali con minorenne (Art. 609-quater)

L’art. 609-quater configura l’autonoma fattispecie di atti sessuali con minorenne, incriminando il fatto di chi, in assenza di violenza, minaccia o abuso di autorità, compia “atti sessuali con persona che, al momento del fatto, 1) non ha compiuto gli anni quattordici; 2) non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza”.

A tali ipotesi viene esteso il medesimo quadro sanzionatorio predisposto per la violenza sessuale.

Il secondo comma incrimina l’ipotesi in cui gli atti sessuali siano stati realizzati, nei confronti di un minore ultrasedicenne, dalle stesse tipologie di agenti di cui al n. 2 del primo comma, con l’abuso dei poteri connessi alla relativa posizione. Qui la pena va dai 3 ai 6 anni di reclusione.

La fattispecie di cui al primo comma dell’art. 609-quater, accanto a quella di violenza sessuale di cui all’art. 609-bis, costituisce, per così dire, la seconda colonna portante del sistema dei delitti sessuali. Sono qui incriminati gli atti sessuali realizzati con un minore consenziente, in assenza dunque degli indici di costrizione richiesti dall’art. 609-bis.

Sulla base di una valutazione di incapacità dovuta all’età, il legislatore nega dunque ogni rilevanza al consenso naturalistico prestata dal minore di anni 14, costruendo una fattispecie modulata su di una presunzione assoluta di incapacità.

Il bene giuridico tutelato è qui non la libertà sessuale – libertà che non viene infatti riconosciuta alla vittima in ragione della giovane età – ma la sua integrità fisiopsichica, nella prospettiva di un corretto sviluppo della sessualità: “Il problema è quello di proteggere il minore … da un tipo di esperienza che, se non vissuta nel momento e nelle circostanze opportune, può determinare traumi tutt’altro che indifferenti, o comunque può compromettere il successivo sviluppo della personalità … nella sfera sessuale”.

La legge n. 69/2019 prevede la non punibilità delle condotte di cui all’art. 609 bis c.p. se la differenza di età tra i due soggetti non supera i quattro anni, a condizione che il soggetto più giovane abbia compiuto i 13 anni.

3. Pornografia minorile (Art. 600-ter)

È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque:

1) utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico;

2) recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto.

Alla stessa pena soggiace chi fa commercio del materiale pornografico di cui al primo comma.
Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al primo e al secondo comma, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza il materiale pornografico di cui al primo comma, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.582 a euro 51.645.

Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui ai commi primo, secondo e terzo, offre o cede ad altri, anche a titolo gratuito, il materiale pornografico di cui al primo comma, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 1.549 a euro 5.164.

Nei casi previsti dal terzo e dal quarto comma la pena è aumentata in misura non eccedente i due terzi ove il materiale sia di ingente quantità.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque assiste a esibizioni o spettacoli pornografici in cui siano coinvolti minori di anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.

Ai fini di cui al presente articolo per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali.

La rilevanza penale della pornografia minorile è disciplinata dall’art. 600-ter c.p. Sono incriminate:

1. attività di realizzazione di materiale pornografico, di esibizioni o spettacoli pornografici;

2. attività di reclutamento o induzione di minori di 18 anni a partecipare ad esibizioni o spettacoli pornografici;

3. ricavo di qualsivoglia profitto da esibizioni e spettacoli pornografici;

4. attività di commercio del materiale pornografico;

5. attività di distribuzione e diffusione, pubblicizzazione del materiale pornografico o di informazioni finalizzate all’adescamento dei minori;

6. attività di cessione anche a titolo gratuito del materiale pornografico.

Con “materiale pornografico” si indica un supporto fisico o telematico, di tipo cartaceo, fotografico, cinematografico, in cui vengono rappresentati atti sessuali compiuti su un minore o da un minore.

A seguito della legge n. 172 del 2012 è oggi presente una definizione legislativa di pornografia minorile: “ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali”, dispone oggi l’art. 600-ter, comma 7, c.p.

Il termine pornografia designa la rappresentazione filmica o fotografica di condotte che possono costituire un pericolo per lo sviluppo fisico, psichico e morale del minore: gli atti sessuali. Quando a essere coinvolti nelle immagini sono soggetti minori, il termine pornografia non è interpretabile come specificazione della categoria dell’oscenità. Il disvalore della pornografia minorile non è legato all’eventuale impatto emotivo di immagini sessualmente esplicite; le norme sulla pornografia minorile non si pongono a presidio di un sentimento collettivo, o con eventuali risvolti moralistici: oggetto di tutela è la persona del minore.

In questo senso, non è necessario che la rappresentazione in forma di immagini o di filmati assuma il grado di esplicitezza richiesto per definire pornografica una scena sessuale tra soggetti adulti; l’atto dovrà essere sì visibile, anche se non necessariamente col grado di dettaglio che si richiederebbe per la valutazione di oscenità.

Il materiale pornografico deve essere prodotto utilizzando soggetti minori. Il termine “utilizzando” risale alla novella legislativa del 2006, la quale aveva così sostituito la precedente formulazione “sfruttando”.

Il mutamento estende l’am­bito della punibilità: tramite il concetto di utilizzo la norma è suscettibile di comprendere anche condotte nelle quali sia stato ritratto un minore in rappresentazioni fotografiche o filmiche per semplici riprese destinate a rimanere in ambito privato; “utilizzare” nel senso di usufruire del mero apporto strumentale del minore all’interno di esibizioni o quale soggetto ritratto in immagini o video pornografici, a prescindere da ulteriori scopi.

4. Detenzione di materiale pornografico (Art. 600-quater)

Chiunque, al di fuori delle ipotesi previste dall’articolo 600-ter, consapevolmente si procura o detiene materiale pornografico realizzato utilizzando minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa non inferiore a euro 1.549.

La pena è aumentata in misura non eccedente i due terzi ove il materiale detenuto sia di ingente quantità.

Il contrasto a forme di sfruttamento sessuale di minori viene affrontato dal legislatore non solo incriminando condotte di produzione e divulgazione di materiale pornografico: la strategia di intervento arriva a punire anche coloro che si limitino a detenere o a procurarsi il materiale di cui all’art. 600-ter.

La norma costituisce un reato di pericolo indiretto: l’incriminazione della mera detenzione del materiale pornografico rappresenta un’azione di contrasto al consumo anche privato.

Le condotte incriminate dall’art. 600-quater consistono nel procurarsi e nel detenere materiale pornografico realizzato utilizzando minori dei 18 anni.

Procurarsi” indica ogni attività idonea ad entrare in possesso del materiale pornografico.

Il termine “detenzione” costituisce un’innovazione rispetto alla normativa previgente che incriminava colui che disponeva del materiale. Nell’attuale formulazione la norma assume una portata più restrittiva. Se infatti, di fronte al concetto di “disposizione” poteva ritenersi penalmente rilevante anche la mera consultazione di un sito con immagini pedopornografiche, attualmente il concetto di detenzione implica che tali immagini o filmati debbano essere “scaricati” e debbano entrare dunque nella sfera di materiale disponibilità del soggetto. Tale scelta appare conforme alla ratio di tutela: condotte di mera visione del materiale, sia attraverso la consultazione telematica, ma anche, ad esempio, quale visione a casa di amici, non integrano il disvalore, in quanto il soggetto, non entrando in possesso del materiale, non potrà divenire un centro propulsore di diffusione.

5. Pornografia virtuale (Art. 600-quater.1).

Le disposizioni di cui agli articoli 600-ter e 600-quater si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo.

Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali.

Condotte come la produzione, il fare commercio, la distribuzione e diffusione, la pubblicizzazione, la cessione a titolo gratuito, il procurarsi e la detenzione sono ritenute penalmente tipiche anche ove il materiale pornografico sia costituito da immagini virtuali.

Il termine virtuale costituisce un’antitesi del termine “reale”. Le immagini pornografiche virtuali non hanno dei protagonisti in carne ed ossa, bensì sono il risultato di elaborazioni grafiche. Oggetto della pornografia virtuale non sono soggetti reali, bensì rappresentazioni di situazioni che, ove fossero reali, potrebbero integrare i delitti di cui agli artt. 600-ter e 600-quater c.p.

6. Adescamento di minorenni (Art. 609-undecies)

Chiunque, allo scopo di commettere i reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter e 600-quater, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1, 600-quinquies, 609-bis, 609-quater, 609-quinquies e 609-octies, adesca un minore di anni sedici, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione da uno a tre anni. Per adescamento si intende qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione.

Introdotto dalla legge n. 175 del 2012, l’art. 609-undecies, comma 1, sanziona con la reclusione da uno a tre anni, qualora non risultino integrati gli estremi di un più grave reato, il fatto di chiunque, allo scopo di commettere i reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter e 600-quater, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’art. 600-quater.1, 600-quinquies, 609-bis, 609-quater, 609-quinquies e 609-octies, adesca un minore di anni sedici.

L’art. 23 della Convenzione di Lanzarote impegna gli Stati a incriminare l’adescamento (grooming) di minore di anni 14 – e non di 16 –, qualora realizzato mediante una proposta di incontro, peraltro operata per il tramite – esclusivo – di “tecnologie di comunicazione e di informazione”.

La scelta del legislatore italiano è di maggiore estensione e si inserisce in un trend politico-criminale volto ad ampliare estremamente, nel nostro Paese, la tutela dei minori in materia sessuale. Non può non rilevarsi, in proposito, come nella frequentissima introduzione di nuove disposizioni incriminatrici, o di modifica di norme preesistenti, la posizione del limite di età – alle volte 14 anni, altre 16, altre ancora 18 – sembri oramai abbastanza casuale, o comunque non sempre rispondente a una riconoscibile razionalità.

L’art. 609-undecie configura un delitto a dolo specifico alternativo: la condotta di adescamento rileva solo se posta in essere con lo scopo di realizzare (almeno) uno tra i delitti richiamati dalla disposizione. Per adescamento deve intendersi (comma 2) qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione.

A rilevare non è qualsiasi atto, ma soltanto gli artifici, le lusinghe e le minacce, sempre che siano strumentali a carpire la fiducia del minore – obiettivo mediato e strumentale rispetto allo scopo ultimo perseguito dall’agente –, e obiettivamente idonei a determinare tale risultato.

Per quanto attiene agli artifici, si tratta di un concetto ampio, integrato dunque da ogni tipologia di attività volta a ingannare il minore per carpirne la fiducia.

Il riferimento alle lusinghe non appare in nessun’altra disposizione codicistica. È integrato da un’ampia tipologia di possibili condotte: allettamenti, adulazioni, parole falsamente amiche, atti apparentemente benevoli, finte attenzioni, e così via, accomunate dalla loro strumentalità ad accattivarsi la fiducia del destinatario.

Le minacce, ultima tra le opzioni modali di cui al secondo comma dell’art. 609-undecies, costituiscono probabilmente il riferimento meno complesso sul piano concettuale – la minaccia è la prospettazione credibile di un male futuro –, ma nel contempo maggiormente problematico se contestualizzato allo specifico della fattispecie di adescamento. Il punto è che tutte le attività richiamate – artifici, lusinghe e minacce – rilevano qui nella loro strumentalità a carpire la fiducia del minore. Come è evidente, le minacce non posseggono in alcun modo tale potenzialità: possono sì incidere sulla libertà di autodeterminazione del loro destinatario, inducendolo a sottostare alle “richieste” dell’agente, ma ciò accadrà in ragione del timore in lui ingenerato, e non certo di una fiducia del tutto estranea a tali dinamiche relazionali. La conseguenza è che – a rigore – un soggetto che minacci un minore allo scopo di creare una situazione consona alla realizzazione di uno dei reati richiamati dal primo comma dell’art. 609-undecies non realizzerà un fatto riconducibile a tale fattispecie, perché del minore non sta carpendo la fiducia.

7. Atti osceni (Art. 527 c.p.)

È penalmente rilevante la condotta di chi compie atti osceni in luogo pubblico, aperto o esposto al pubblico, a condizione che il luogo sia abitualmente frequentato da minori.

La pena prevista è la reclusione da 4 mesi a 4 anni e 6 mesi anni (art. 527 c.p.). Si tratta di fattispecie di mera condotta commissiva.

Luogo pubblico è un luogo che “normalmente e indiscriminatamente di fatto e di diritto è accessibile a tutti”: ad esempio, strade, piazze, campagna.

Luogo aperto al pubblico è un luogo al quale chiunque può accedere ma che presenta determinate regolamentazioni, ad esempio in base all’orario, o con ingresso a pagamento, o la cui fruibilità sia finalizzata al soddisfacimento di interessi determinati: esempi tipici, cinema, musei, scuole, stazioni, chiese, ospedali.

Luogo esposto al pubblicoè un luogo non pubblico, al quale non vi sia un libero accesso per chiunque, e che tuttavia, o per la naturale collocazione, o in virtù di determinate condizioni, risulti visibile da un novero indeterminato di soggetti: ad esempio, il balcone di un’abitazione.

Al di là della categoria di atti definiti come assolutamente osceni (ad esempio, congiungimento carnale), la casistica giurisprudenziale evidenzia che il requisito essenziale perché un atto possa definirsi osceno è che le modalità con cui esso è realizzato denotino un’inequivoca attinenza alla sfera degli atti sessuali.

Non è oscena la mera ostentazione di parti intime ove non accompagnata da gestualità tipiche di atti sessuali: la semplice nudità, parziale o integrale, può integrare la contravvenzione di cui all’art. 726 (atti contrari alla pubblica decenza), o risultare penalmente irrilevante a seconda del contesto in cui si è verificata.

La fattispecie è costruita come reato di pericolo: non si richiede che il pudore di terzi sia stato effettivamente offeso.

8. La responsabilità omissiva

Qualora un soggetto che riveste una posizione di garanzia, dopo avere avuto notizia verosimile della commissione di atti sessuali (penalmente rilevanti) nei confronti di un soggetto a lui affidato, non si attivi al fine di impedire la commissione o la reiterazione dei fatti stessi, potrà essere chiamato a rispondere del reato commesso materialmente da altri ex art. 40 cpv c.p. (“non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”).

Si pensi al caso di un religioso che, responsabile di un istituto per minori, non allontani dalla struttura un dipendente di cui abbia notizie verosimili relative alla commissione da parte di questo di violenze sessuali nei confronti dei minori dell’istituto.

Nei confronti del responsabile dell’istituto sarà possibile procedere a titolo di responsabilità omissiva (non aver impedito la commissione delle violenze sessuali).

B. Approfondimenti

Obbligo di denuncia

I religiosi (così come i privati cittadini), secondo l’art. 333 c.p.p. possono (non sono obbligati) a fare denuncia all’autorità giudiziaria o agli organi di polizia di eventuali abusi sessuali di cui venissero a conoscenza. La denuncia, in questo caso, è una mera facoltà del privato; gli obblighi di denuncia per il privato cittadino sono limitati alle ipotesi previste dall’art. 364 c.p. (delitti contro la personalità dello Stato) e da leggi speciali (sequestro di persona a scopo di estorsione).

Nei casi in cui rivestono funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, i loro doveri di denuncia si estendono a tutti reati di cui vengono a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni. L’articolo 331 del codice di procedura penale dispone che: “[…] i pubblici ufficiali […] che, nell’esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio, hanno notizia di un reato perseguibile di ufficio, devono farne denuncia per iscritto, anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito. La denuncia è presentata o trasmessa senza ritardo al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria. Quando più persone sono obbligate alla denuncia per il medesimo fatto, esse possono anche redigere e sottoscrivere un unico atto”.

Ai sensi dell’articolo 357 del codice penale, “sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giurisdizionale o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione e dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi e certificativi”.

Per incaricato di pubblico servizio si intende, invece, chi pur non essendo propriamente un pubblico ufficiale con le funzioni proprie di tale status (certificative, autorizzative, deliberative), svolge comunque un servizio di pubblica utilità. Ex articolo 358 del codice penale, “sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata, dalla mancanza dei poteri tipici di quest’ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale”.

Qualora l’attività assistenziale sia prestata a favore di un minore, è necessario discernere, a seconda che si tratti di attività di istruzione o educazione presso una comunità.

Secondo giurisprudenza costante, l’insegnante presso un istituto pubblico o privato riveste la qualifica di pubblico ufficiale ex art. 357 c.p.: “ai soggetti che dirigono o svolgono attività di insegnamento quali professori, nelle scuole suddette, siano esse legalmente riconosciute o pareggiate, spetta la qualifica di pubblico ufficiale, considerato che l’insegnamento impartito in dette scuole – cui consegue il riconoscimento degli studi compiuti e degli esami sostenuti – si svolge proprio in virtù dello speciale riconoscimento dello Stato e sotto la vigilanza del Ministero della Pubblica istruzione in concorrenza con l’insegnamento pubblico”.

A prescindere dalla qualificazione dell’ente, potrebbe acquisire la qualità di pubblico ufficiale solo quel religioso che insegni, in un corso di scuola primaria o secondaria legalmente parificato e riconosciuto, una delle materie previste dai programmi didattici statuiti a livello ministeriale.

È opportuno specificare, inoltre, che l’obbligo di denuncia sussiste solo qualora la notizia di reato sia stata acquisita nell’esercizio dell’attività pubblica, o a causa delle sue funzioni o del servizio: la qualifica pubblicistica sussiste solo per il limitato periodo di tempo in cui la pubblica attività è esercitata. Il che significa che un religioso che sia insegnante di una materia prevista dal Ministero dell’Istruzione è pubblico ufficiale solo nel momento in cui espleta tale attività pubblica, e nell’ipotesi in cui acquisisca altrove la notitia criminis non avrà nessun obbligo di denuncia.

Diverso è invece il caso in cui un religioso sia preposto alla cura ed educazione di un minore affidato all’istituto religioso da un ente territoriale ovvero dal Tribunale dei Minorenni. L’istituto dell’affidamento impone infatti a carico del soggetto affidatario precisi obblighi di protezione e garanzia nei confronti del minore affidato, tali da poter configurare – secondo alcuni – l’assunzione della qualifica di pubblico ufficiale. Sul punto, il dibattito è assai vivace.

Secondo l’orientamento prevalente, le comunità, quali enti affidatari di minore, svolgono un pubblico servizio e tale loro qualifica proverrebbe “dalla legge medesima che, provvedendo in maniera di tutela dell’infanzia, ne demanda l’attività a comunità o istituti, siano essi pubblici o privati, che rilevano la finalità propria dello Stato dandovi concreta attuazione, non attraverso il compimento di atti o l’esplicazione di poteri autoritativi, ma attraverso la produzione di un servizio che richiede la predisposizione di un’organizzazione lato sensu imprenditoriale”.

Obbligo di testimonianza

Le informazioni richieste nel corso delle indagini preliminari dalla Polizia Giudiziaria o dal Pubblico Ministero devono essere fornite dai privati cittadini nonché dai religiosi, a meno che le stesse ricadano nell’orbita del segreto professionale, essendo state acquisite in ragione del ministero.

I privati cittadini, se citati, hanno l’obbligo di deporre.

Ai medesimi obblighi sono sottoposti i religiosi, i quali sono obbligati a deporre fuori dall’ipotesi di segreto professionale e comunque anche in queste ipotesi, su richiesta del giudice, qualora l’organo giudicante abbia accertato l’infondatezza del segreto, pena la possibile incriminazione di falsa testimonianza o favoreggiamento personale.

Commette infatti il delitto di favoreggiamento chi “aiuta taluno a eludere le investigazioni dell’Autorità o a sottrarsi alle ricerche di questa” (art. 378 c.p.).

La norma di chiusura mira a reprimere ogni condotta di intralcio all’attività della giustizia penale.

Tale norma potrebbe essere ravvisata a carico del soggetto che mente o che omette di dire ciò che sa alla polizia giudiziaria.

Il delitto di favoreggiamento non può essere commesso dal concorrente nel reato presupposto.

C – Avvertenze in caso di indagini e di procedimenti penali da parte dell’autorità italiana

  1. Nel caso di un procedimento penale a carico di un chierico o un religioso, l’autorità ecclesiastica deve essere formalmente avvisata, a norma del n. 2, lett. b) del Protocollo addizionale all’Accordo di revisione del Concordato lateranense del 1984, e dell’art. 129, comma 2, delle norme di attuazione del c.p.p. Il procedimento penale, a norma dell’attuale codice di procedura penale (1989), inizia con il rinvio a giudizio dell’interessato, quindi al termine dell’indagine (cfr art. 405 c.p.p.).
  1. Di fatto può avvenire che l’autorità ecclesiastica sia informata dai funzionari di polizia o dal pubblico ministero già durante le indagini preliminari. In questo caso, l’informazione può essere semplicemente un gesto di cortesia o consistere in una richiesta di collaborazione, atta a impedire la reiterazione del presunto reato o a evitare la necessità dell’arresto o di altra misura cautelare (tali misure possono aver luogo solo se esiste la possibilità di inquinamento delle prove, di fuga dell’indagato o di reiterazione del reato: cfr art. 274 c.p.p.). In tali circostanze è opportuno provvedere al trasferimento temporaneo del sacerdote, informandone la magistratura. Si presti attenzione al fatto che non sussiste l’obbligo di consegnare agli inquirenti materiali documentari coperti dal segreto d’ufficio.
  1. Durante le indagini occorre avere la massima prudenza e valutare con l’autorità inquirente l’opportunità di eventuali azioni.
  1. Perdurando le indagini, non sembra opportuno avviare un parallelo procedimento canonico (ovvero far partire una formale indagine previa), anche per evitare possibili incroci e sovrapposizioni. Ciò vale a maggior ragione se, grazie all’atteggiamento collaborativo del sacerdote, sono ridotte al minimo le possibilità di un ripetersi di eventuali abusi (ammesso che ci siano stati) e sia tutelata il più possibile l’immagine della Chiesa. Dell’atteggiamento collaborativo fa parte anche la disponibilità, soprattutto nei casi presumibilmente più gravi, a lasciare almeno temporaneamente l’incarico ministeriale. Anche per non compromettere la difesa del sacerdote, è opportuno che qualsiasi allontanamento dall’incarico o trasferimento risulti richiesto dal sacerdote, al fine di essere più libero di difendersi e per non coinvolgere la Chiesa.
  1. Qualora le indagini dell’autorità italiana si concludano con il rinvio a giudizio del sacerdote o religioso, è opportuno avviare un’indagine previa canonica, anche a partire dagli elementi di cui si è venuti a conoscenza. L’indagine canonica dovrà essere discreta e attenta a non compromettere i diritti di difesa del sacerdote o del religioso.
  1. Salvo casi particolarmente gravi (per es. ipotesi in cui vengono applicate misure di custodia cautelare) o diventati di pubblico dominio, non è necessario informare la Santa Sede nella fase delle indagini preliminari. È invece opportuna l’informazione a partire dall’avvio del procedimento di primo grado.
  1. Occorre essere cauti nell’assumere pronunciamenti pubblici a favore del sacerdote o religioso ed evitare – anche perché solitamente controproducenti per la sua difesa – interventi di carattere “polemico” con l’autorità giudiziaria o che possano essere interpretati come tali. È sufficiente ribadire la preoccupazione e il dispiacere della Chiesa di fronte a certi fatti, che se veri, possono aver provocato sofferenze a minori e alle loro famiglie, affermare di ritenere il sacerdote innocente sino a prova contraria ed esprimere fiducia nella possibilità che venga fatta piena luce in tempi brevi sulla questione.
  1. Può essere opportuno aiutare il sacerdote a trovare un legale di fiducia. Bisogna, comunque, evitare anche solo l’impressione che la Chiesa si assuma delle responsabilità, che restano personali del sacerdote, anche qualora fosse di fatto necessario assisterlo in caso di condanna.
  1. In caso di condanna in primo grado, in proporzione alla gravità dei reati per i quali è stato condannato, qualora il sacerdote o religioso rivesta ancora lo stesso incarico, e ciò costituisca un rischio per l’immagine della Chiesa (mantenere tale soggetto come responsabile di una comunità di minori o di un oratorio dopo una condanna, sia pure di primo grado, per abusi sessuali su minori, risulterebbe una scelta incomprensibile per l’opinione pubblica), occorrerà convincere il sacerdote ad accettare un trasferimento ad altro ministero o a un incarico temporaneo, e procedere in ogni caso, ove resista (cf. cann. 190 e 1748-1752).

La condanna in primo grado non è definitiva. Occorre sottolineare che le ragioni del trasferimento sono di opportunità e di immagine agli occhi dell’opinione pubblica.

  1. Alla luce degli elementi emersi nel procedimento di primo grado, può risultare conveniente avviare l’indagine previa canonica, se già non è stata svolta in precedenza, oppure riaprirla sulla base dei nuovi elementi (cfr can. 1718 § 2). Si tenga conto del fatto che il procedimento penale statale non può mai sostituire quello canonico, neppure nella fase dell’indagine previa. L’indagine prenderà in esame anche gli atti disponibili del procedimento penale italiano (per es. la sentenza), da inviarsi poi alla Congregazione della Fede unitamente agli esiti dell’indagine canonica e alle valutazioni del Superiore provinciale.
  1. Nel caso di patteggiamento, con la rinuncia almeno formale da parte del sacerdote a difendersi dall’accusa dell’aver compiuto il fatto, è obbligatorio aprire, se già non è stata fatta, l’indagine previa canonica.
  1. Nel caso di condanna definitiva, occorrerà assicurare al religioso tutto il sostegno umano e cristiano necessario. Qualora il condannato fosse affidato ai servizi sociali o gli fossero imposti gli arresti domiciliari, si concorderanno con l’autorità competente modi e forme di esercizio del ministero, a meno che risulti doveroso sospenderne l’esercizio stesso.
  1. Nel caso di assoluzione per incapacità di intendere o di volere, occorrerà offrire al religioso l’aiuto specialistico necessario (compresa la possibilità di risiedere presso una struttura protetta, da concordare con il giudice che assolvendo l’imputato abbia applicato una misura di sicurezza: cf art. 530 c.p.p.). Si tenga presente che, in forza del can. 1044 § 2, 1°, il chierico “affetto da pazzia o da altre infermità psichiche”, per le quali, a norma del can. 1041, 1°, “consultati i periti, viene giudicato inabile a svolgere nel modo appropriato il ministero”, è impedito di esercitare gli ordini “finché l’Ordinario, consultato il perito, non avrà consentito l’esercizio del medesimo ordine”.
  1. In base al can. 1344, 2°, il giudice canonico può “astenersi dall’infliggere la pena, infliggere una pena più mite o fare uso di una penitenza, se il reo si sia emendato ed abbia riparato allo scandalo, oppure se lo stesso sia stato sufficientemente punito dall’autorità civile o si preveda che sarà punito”.
  1. Anche sulla base dei pronunciamenti dell’autorità giudiziaria italiana potrà essere necessario proporre al religioso un accompagnamento specialistico psicologico, secondo quanto indicato sopra.
  1. Dopo un patteggiamento, una condanna definitiva o un’assoluzione per incapacità di intendere e di volere (a prescindere dai risultati dell’eventuale procedimento canonico), il permanere in un determinato ministero sacerdotale o l’affidamento di uno nuovo andrà attuato con grande prudenza e con le cautele del caso al fine di evitare che, nella denegata ipotesi un nuovo procedimento, possa essere attribuita all’autorità ecclesiastica una responsabilità almeno morale per essersi dimostrata non sufficientemente prudente.
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