ONE IN YOUR LOVE

9 Luglio 2019
ONE IN YOUR LOVE

Cio che siamo, ciò che abbiamo vissuto

La prima certezza che ti dona il MEG è quella di sentirti fratello. Poi pian piano scopri che la tappa itinerante che ti dice tutto di te è quella in cui comprendi la tua dimensione di “figlio”, prima del Padre, e poi di un progetto più grande che ti tiene per mano. Questo progetto in cui il MEG si riconosce figlio è l’Apostolato della Preghiera, da qualche anno “Rete Mondiale di Preghiera del Papa”. 

Sono i nostri fratelli maggiori. Una realtà diffusa in tutto il mondo, che propone la spiritualità del Cuore di Gesù per aiutare la Chiesa a vivere pienamente nello spirito del Vangelo e ad affrontare le sfide dell’umanità che il Papa porta nella sua preghiera e per cui ci chiede mensilmente di pregare.  

Lo scorso 28 giugno 2019 la Rete Mondiale ha compiuto 175 anni. Hanno partecipato 18 delegazioni Europee, 12 Americane, 12 Africane e 10 Asiatiche, per un totale di 6.230 persone accorse a Roma per festeggiare insieme. È stata un’esplosione di gioia!

Le bandiere, le sigle sulle maglie, e gli inni in sottofondo, hanno riempito Sala Nervi per il primo appuntamento: l’incontro con il Papa. Papa Francesco ci ha accolto con un discorso comune a tutti, perché il linguaggio universale passa attraverso parole semplici: “Il cuore della missione è la preghiera”.

A San Giovanni in Laterano con i foulard colorati al collo abbiamo celebrato la Messa. La cadenza alternata delle letture e dei canti in lingue sempre diverse, gli “amen” all’unisono, hanno tramutato in carne ed ossa quella “rete di preghiera” che ci aveva condotto tutti lì. 

Il giorno dopo la MEG band ha alzato il volume delle casse e noi abbiamo alzato braccia e voci, per vivere pienamente anche la festa internazionale, preparata unicamente per i giovani del MEG arrivati per l’occasione a Roma da tutto il mondo. Ma la festa per noi si allarga e passa inevitabilmente per il sudore e abbraccia tutto il tempo vissuto insieme; ci si bagna la nuca nelle fontanelle di Roma e si cammina con il Supradyn nella tasca interna della borsa. E scopriamo che la fatica, in un qualche modo non convenzionale, fa rima con l’amore, ed allora si urla “Jambo” allo scandito “ciao!” di uno straniero e tutto trova senso nella gratuità di un bracciale donato, in una canzone intonata da tutti, in un ballo tradizionale che cerchi di imitare. 

Così 48 ore possono regalarti doni per cui vale la pena ritrovarsi l’abbronzatura che inizia non appena finisce la manica della tua maglietta. Il dono del ricordoè il primo fra tutti, un remake del convegno mondiale del 2015, dove l’intreccio delle culture era il plus ultra della condivisione.  Potevi canticchiare “soy muy feliz” avendo la certezza che qualcuno anche senza conoscerti avrebbe risposto “la la la”. Il dono di vivere tutto questo con la tua comunitàviene subito dopo. Togliere la patina dello scontato ai volti che vedi ogni giorno ti ricorda quanta ricchezza porti già nel bagaglio a mano. Il terzo dono è il potere di accorciare le distanze; lo avverti a Messa quando il tuo vicino di posto che abita a 2 emisferi di lontananza da te ti tiene la mano per recitare il “Padre Nostro”. Lo facciamo ognuno nella nostra lingua: c’è un linguaggio comune che parte dal petto e ci fa tutti uguali.

One in your love, unis dans ton amour, unidos en tu amor, uniti nel tuo amore. È ciò che abbiamo vissuto. Dillo a qualcuno a voce alta; in qualsiasi lingua tu lo pronuncerai sarà bello sentirtelo dire. 

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