HO TROVATO LA MIA GIOIA NEL VERBO “SERVIRE”

18 Settembre 2020
HO TROVATO LA MIA GIOIA NEL VERBO “SERVIRE”

Federico ha fatto parte del MEG , nella comunità di Napoli 20. Quell’esperienza, in particolare la dimensione del servizio, ha determinato le sue scelte di adulto.

Abbraccio è la mia parola

Mi chiamo Federico, ho 41 anni. Sono sposato con Simona e sono papà di due bambine: Emma, che ha cinque anni, e Ambra, nata da poco. Sono cresciuto nella comunità MEG di Napoli 20.

Adesso, io non so dire bene quando tutto è iniziato, anche perché mi pare tutto così legato: ogni riunione, Giornata Regionale, Convegno… e, così, ogni parola ed ogni abbraccio. Credo che “abbraccio” sia la mia parola, o forse la “Sua” che ho colto fra le tante che mi ha detto.

Da ragazzo, la mia era una vita che aveva le sue ammaccature: la sensazione di essere “poco” rispetto a quello che accadeva, agli eventi che mutavano, la serenità di una famiglia sempre troppo provata. Eppure, io sapevo di valere qualcosa. Il MEG, però, mi ha insegnato non che valevo “qualcosa”, ma che valevo “per qualcuno”. La dimensione dell’altro come responsabilità e pienezza è stata la più grande scoperta che ho fatto e l’opportunità più bella che mi è stata data. E quell’opportunità, quell’àncora di salvezza, l’ho trovata per l’appunto in tutti gli abbracci, da quelli con il Signore nelle lacrime commosse delle veglie, a quelli scambiati con un numero di fratelli che non saprei contare. Credo che l’amore per Lui sia una forza che rende capaci di cose incredibili, capaci di imparare a sognare sempre cose mirabili ispirate alla sue opere, umili e potenti al tempo stesso.

Federico con Emma

Vivere con e per gli altri

Federico con alcune delle sue PRE-T
La comunità di NA 20

Ho trovato la mia gioia in un verbo: “servire”. Io una parola così bella non l’ho mai più sentita. Per me ha significato essere l’ultimo che chiude una fila per provare a tenere d’occhio tutti gli altri, avere sempre pronto un sorriso, prendere la mano di chi è rimasto indietro, saper riconoscere un fratello in chi vive nel bisogno… Ed esserci costantemente per diventare Speranza.

La dimensione della comunità è stata, prima la mia fortuna e poi la mia necessità. Vivere con gli altri e per gli altri che erano, concretamente, i ragazzi che sapevo di poter chiamare “miei” perché Lui me li aveva affidati. Non saprei descrivere le quantità di risate, parole nuove, le lacrime e le emozioni che abbiamo vissuto stando seduti in cerchio. Il cerchio era la nostra posa naturale: tutti potevano guardare tutti e tutti avevano qualcuno al proprio fianco. In quel cerchio ho trovato le ragioni profonde delle mie scelte

Il senso profondo di quello che succede

La politica è nata come una conseguenza naturale di tutto questo. Provare ad allargare il mio “cerchio”, metterci dentro più persone possibili, avere uno sguardo fisso anche su chi non avrebbe mai saputo che desideravo prendermi cura di lui. In ogni campagna elettorale mi ha accompagnato una canzone di Niccolò Fabi che recita così: “Non è per la gloria, l’applauso del mondo, di quel che succede il senso profondo”. Sembrava scritta per me. La prima elezione in Municipalità è stata un’esperienza bellissima. Senza un euro, pochi biglietti di presentazione, tutta realizzata grazie all’affetto delle persone del mio quartiere. Eravamo noi, insieme, che giocavamo in quell’avventura. La vittoria fu incredibile e inaspettata. I primi anni mi sono trasformato in una specie di maratoneta: ovunque c’era un disagio, c’ero anche io. Non si contano le battaglie, le sconfitte clamorose accompagnate dalla voglia, comunque, di non mollare mai. Con la tenacia di chi trova nella preghiera la sua motivazione.

Volantino elettorale per le comunali del 2011

Un seme che dà frutto

Di anni ne sono passati, ormai, quasi quindici. Ho avuto la fortuna di diventare poi il Vice presidente del mio municipio e nel 2016 uno dei più votati nel consiglio comunale di Napoli. Partendo dalla mia comunità, senza poteri forti alle spalle e senza occuparmi di interessi di parte. Oggi mi piace pensare di poter essere un seme che dà frutto, sperando che, quando finirà questo impegno faticoso, altri ragazzi si potranno sentire ispirati da ciò che ho fatto e pronti a gettarsi nella mischia senza paura di essere rivoluzionari. Il Signore mi ha dato la possibilità di fare della mia vita un piccolo capolavoro, perché la mia vita ha avuto un significato nella vita di altri. Nel tempo ho avuto anche il dono delle mie bambine. L’impegno nelle istituzioni volge al termine. Dopo, sarò dove Lui vorrà, come testimone del suo Amore che ha fatto della mia vita un tempo privilegiato di servizio per gli altri.

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