CREDO CIECAMENTE NELLA COMPASSIONE

31 Gennaio 2020
CREDO CIECAMENTE NELLA COMPASSIONE

Ciao. Mi chiamo Andrea, sono nato e cresciuto a Pescara, ho 21 anni e studio Ingegneria Meccanica a L’Aquila. Sono il più piccolo di tre figli maschi e il mio cantautore e poeta preferito è Fabrizio De André. Credo ciecamente nella compassione.

Niente di MEGlio da fare!

Sono nato in una famiglia molto credente e quindi sin da bambino ero solito frequentare le realtà del catechismo che offriva la mia parrocchia. Tutte tranne il MEG. Per un mio pregiudizio, credevo che il MEG lo frequentasse chi il sabato pomeriggio non aveva niente di “MEGlio” da fare e, sinceramente, pensavo che le attività a cui partecipavo fossero per me più che sufficienti.

Io, a destra nella foto, con la mia famiglia


L’inizio di una bella storia d’Amore

Al campeggio estivo del MEG

Un’estate, avevo 11 anni, successe che mio fratello Marco fu arrestato per spaccio di droga. Fu un fulmine a ciel sereno per tutta la mia famiglia, soprattutto per i miei genitori. L’aria dentro casa cominciò a farsi talmente pesante che iniziai a maturare l’idea di dover trovare un altro posto dove sentirmi al sicuro. Fortunatamente, ero ancora in tempo per iscrivermi al campeggio estivo del MEG e quindi, senza pensarci troppo, scelsi di partire, mosso solo dall’esigenza di scappare. Per giustizia nei confronti di Marco, visto che ho parlato un po’ della sua storia, è giusto dire che, in seguito all’arresto, ha recuperato alla grande e sta per completare il suo corso di studi in Ingegneria Elettrica. Grazie a Rossella, la mia prima Responsabile, e a Martina, quella attuale, alla fine di quel campeggio tornai a casa con la sensazione di aver finalmente capito quale fosse il mio posto.

Argentina 2016: nasce un desiderio

In Argentina

Crescendo nel MEG, sono diventato Responsabile con l’idea di voler essere per gli altri ciò che i miei Responsabili erano stati, e sono ancora oggi, per me. Nel 2016 mi fu presentata la possibilità di partecipare al primo campo missionario organizzato del Movimento, in Argentina, precisamente a San Miguel, provincia di Buenos Aires. Ovviamente sono partito. Facevamo attività tutto il giorno all’interno delle parrocchie nelle quali sono presenti le realtà come il MEG e le attività che facevamo erano davvero tra le più varie: dal servizio durante le feste “parrocchiali”, fino alle processioni missionarie per il Barrio (entravamo casa per casa con la statua di San Rocco per lasciare il tempo di pregare anche a chi non era potuto scendere in processione). Abbiamo assaporato l’accoglienza di chi offre se stesso senza pensarci troppo su. Un’attività in particolare fu davvero molto intensa, la visita a “Los Infermos” (i malati). Fummo accolti nelle case di persone così “grandi” nel vivere loro infermità che, personalmente, al loro confronto, mi sentii quasi insignificante. Ne ricordo una in particolare, una ragazza di 18 anni che combatteva con una malattia neurodegenerativa. Non poteva muovere nessuna parte del corpo. L’unica cosa che si “muovevano” erano le lacrime che le irrigavano il viso, dolce, per la gioia di vederci, di starci un po’ accanto in quel momento, la gioia di ringraziare il Signore perché le aveva dato la possibilità di incontrarci. Ricordo che, tornato in Italia dopo l’Argentina, mi sentivo spezzato tra l’ansia e il desiderio di una giustizia sociale che ancora non esiste e la voglia di partecipare, in qualche modo, in prima persona, ad un cambiamento del mondo.

Voglio essere un posto sicuro

Ad oggi, credo che quella dell’Argentina e le altre esperienze di missione che mi è capitato di vivere, siano tutte riconducibili ad un passo del Vangelo che dice “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Credo che missione per la mia vita voglia dire proprio questo: essere un “posto sicuro” per qualcuno, un posto in cui far “posare il capo”. E questo cerco di viverlo innanzitutto nella mia comunità, dove a volte capita di entrare in contatto con storie di persone in condizioni di precarietà e di difficoltà. In questo il MEG mi ha insegnato tanto perché è il luogo dove tutti cerchiamo di guardare gli altri un po’ dal punto di vista di Dio, con compassione, senza giudizio. Perché, in fondo, ciascuno di noi sa che l’amore ha senso solo se viene condiviso.

Con la mia comunità
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