Lo sport parla della vita

Nel mese di giugno 2026 Papa Leone ci invita a pregare per i valori dello sport. Così, come MEG, scegliamo di unirci a questa intenzione affinché ogni sport possa essere strumento di pace, promuovendo valori di cui il nostro mondo ha tanto bisogno, quali il rispetto, il lavoro di squadra e la crescita personale.
Una fatica buona
A giugno il Papa ci affida un’intenzione che, a prima vista, potrebbe sembrare più leggera rispetto ad altre. Si parla di sport. Eppure, se ci fermiamo davvero ad ascoltare queste parole, ci accorgiamo che non si sta parlando soltanto di una partita, di una gara o di una medaglia. Si sta parlando della vita. Si sta parlando di persone, di relazioni, di sogni, di sacrifici, di cadute e di ripartenze. Si sta parlando di ciò che accade nel cuore di una persona quando decide di non arrendersi. Per questo il Santo Padre ci invita a pregare affinché lo sport sia uno strumento di pace, incontro e dialogo tra culture e nazioni, e perché promuova valori come il rispetto, la solidarietà e il miglioramento personale. Quando penso allo sport, la mia mente non corre subito ai grandi campioni, agli stadi pieni o alle immagini delle vittorie che fanno il giro del mondo. Penso piuttosto a un bambino che rincorre un pallone in un campetto polveroso. Penso a una ragazza che continua ad allenarsi anche quando nessuno la applaude. Penso a un ragazzo che dopo una sconfitta torna il giorno dopo ad allenarsi ancora. Penso a un padre che accompagna il figlio agli allenamenti dopo una giornata di lavoro. Penso a una persona che, dopo una malattia o un momento difficile della vita, ricomincia a camminare e considera ogni piccolo passo una conquista immensa. Perché lo sport vero nasce lì. Non nelle luci dei riflettori. Nasce nella quotidianità. Nasce nel silenzio della fatica. Nasce nel desiderio di migliorarsi. Viviamo però in una società che ci ha abituati a guardare soltanto chi vince. Ci ricordiamo del campione che alza la coppa, ma raramente pensiamo alle migliaia di ore di allenamento che ci sono dietro. Vediamo il podio, ma non vediamo le rinunce. Vediamo la medaglia, ma non vediamo le lacrime, le delusioni, gli infortuni, i momenti in cui quella persona ha pensato di mollare tutto. E forse è proprio qui che lo sport ha qualcosa di straordinario da insegnarci. Ci ricorda che il valore di una persona non coincide con il risultato che ottiene. Questa è una lezione di cui abbiamo profondamente bisogno. Perché viviamo in un mondo che continuamente ci mette a confronto. Ci confrontiamo sui social, nel lavoro, nelle relazioni. Guardiamo gli altri e pensiamo che siano più felici, più forti, più realizzati. E così finiamo per vivere una gara che non finisce mai.
Scuola di pace
Lo sport autentico, invece, insegna che il vero avversario non è chi corre accanto a te. Il vero avversario è la tua paura. È la tua pigrizia. È quella voce che ti dice che non ce la farai. È il pensiero che ti convince a fermarti. E allora capisci che la vittoria più importante non è arrivare prima degli altri. È diventare una persona migliore di ieri. Dal punto di vista umano e psicologico questa è una verità enorme. Perché troppe persone vivono sentendosi sempre in ritardo rispetto a qualcuno. Sempre insufficienti. Sempre un passo indietro. E invece la crescita non è una gara contro gli altri. È un cammino dentro sé stessi. È imparare a conoscere i propri limiti senza lasciare che i propri limiti decidano il proprio valore. È scoprire che si può migliorare senza trasformare la vita in una competizione continua. Il Papa però ci invita a guardare anche un altro aspetto dello sport: la sua capacità di costruire pace. E forse questa è la parte più bella e più attuale della sua riflessione. Perché viviamo in un tempo pieno di tensioni, di divisioni, di conflitti. Un tempo in cui sembra sempre più facile costruire muri che ponti. Eppure lo sport continua ad avere una forza straordinaria: riesce a mettere insieme persone che parlano lingue diverse, che appartengono a culture diverse, che hanno storie diverse. Pensiamo alle Olimpiadi. Pensiamo a quanti popoli si incontrano nello stesso luogo. Pensiamo a quante persone riescono a condividere emozioni pur provenendo da mondi completamente differenti. In un’epoca in cui molti cercano ciò che divide, lo sport può ancora ricordarci ciò che unisce. Può insegnarci che l’altro non è una minaccia. È una ricchezza. Può insegnarci che si può competere senza odiarsi. Che si può desiderare la vittoria senza umiliare nessuno. Che si può perdere senza perdere dignità. E questa è una lezione che va ben oltre il campo da gioco. È una lezione che riguarda la famiglia, la scuola, il lavoro, la politica, la vita stessa. Perché il problema del nostro tempo non è soltanto che esistono le differenze. Il problema è che spesso non sappiamo più viverle.
Medicina contro la sfiducia
Lo sport invece ci ricorda che persone diverse possono stare nello stesso campo, rispettare le stesse regole e riconoscersi reciprocamente. E questo è profondamente umano. È profondamente evangelico. Perché Gesù non ha mai insegnato a schiacciare gli altri per emergere. Non ha mai insegnato a dominare. Ha insegnato a servire. Ha insegnato ad amare. Ha insegnato che la grandezza non consiste nel mettersi sopra qualcuno, ma nel sapersi donare. Quando lo sport conserva la sua anima più autentica, assomiglia molto al Vangelo. Insegna la disciplina, la perseveranza, il rispetto delle regole, l’umiltà di ricominciare dopo una caduta. E chiunque abbia praticato uno sport sa che si cade tante volte. Si cade fisicamente. Si cade emotivamente. Si cade quando si perde. Si cade quando ci si infortuna. Si cade quando si scopre che il talento da solo non basta. Ma ogni caduta contiene una possibilità: quella di rialzarsi. Ed è forse per questo che lo sport parla così bene della vita. Perché la vita non premia chi non cade mai. La vita premia chi trova il coraggio di rialzarsi. Penso a quanti giovani oggi vivono schiacciati dall’ansia di essere perfetti. Penso a quanti ragazzi si sentono sbagliati al primo errore. Penso a quanti adulti vivono con la sensazione di non essere mai abbastanza. Lo sport può diventare una medicina contro tutto questo. Può insegnare che sbagliare non significa essere sbagliati. Può insegnare che una sconfitta non definisce una persona. Può insegnare che il valore umano viene prima del risultato.
Campioni di umanità
E poi c’è un’altra parola che il Papa ci consegna e che oggi suona quasi rivoluzionaria: solidarietà. Viviamo in una cultura che spesso ci educa all’individualismo. Conta arrivare. Conta emergere. Conta vincere. Conta distinguersi. Lo sport, invece, quando resta fedele alla sua missione educativa, insegna qualcosa di completamente diverso. Insegna che nessuno arriva lontano da solo. Dietro ogni atleta c’è sempre qualcuno che ha creduto in lui. Dietro ogni vittoria ci sono allenatori, amici, famiglie, sacrifici condivisi. Dietro ogni traguardo c’è una rete di persone. E questa è una grande lezione anche per la vita spirituale. Perché nessuno cresce da solo. Nessuno guarisce da solo. Nessuno attraversa le proprie battaglie completamente da solo. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci incoraggi quando siamo stanchi, che creda in noi quando non riusciamo a farlo da soli, che ci ricordi che possiamo rialzarci quando vediamo soltanto la polvere della nostra caduta. Forse il Papa, con questa intenzione, vuole ricordarci proprio questo: il mondo non ha bisogno soltanto di campioni dello sport. Ha bisogno di campioni di umanità. Ha bisogno di persone capaci di rispetto. Capaci di dialogo. Capaci di costruire pace. Capaci di tendere una mano invece di alzare un muro. Capaci di vincere senza diventare arroganti e di perdere senza perdere sé stesse. E allora questo mese, unendomi al Santo Padre, prego così: Signore, fa’ che lo sport continui a essere una scuola di vita. Aiutaci a riscoprire il suo volto più bello, quello che unisce invece di dividere, che educa invece di esaltare soltanto il successo, che insegna il rispetto invece dell’arroganza. Fa’ che ogni campo sportivo diventi un luogo di incontro e non di odio, di crescita e non di umiliazione. Custodisci i bambini, i ragazzi, gli allenatori, le famiglie e tutti coloro che vivono lo sport con passione e sacrificio. Insegnaci a competere senza disprezzare nessuno, a vincere senza sentirci superiori e a perdere senza sentirci inutili. E ricordaci ogni giorno che la vittoria più grande non è quella che conquistiamo contro gli altri, ma quella che ci rende persone più vere, più libere e più capaci di amare.
Don Cosimo Schena











