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La vita diventa un canto stupendo quando ci si fa dono

Il Campo Nazionale C14 è tornato quest’anno a Pescara, durante il ponte del 2 giugno, con titolo “La gioia di tutti”. Erano 13 i C14 senior presenti. Con loro abbiamo visitato e condiviso del tempo con alcune realtà della Comunità Papa Giovanni XXIII: la casa famiglia “Mia gioia”, il CEC (Centro Educante con i Carcerati) Iktus di Guglionesi (CB) e la Capanna di Betlemme di Chieti (una struttura che accoglie persone che hanno fatto vita di strada). Una sera, infine, siamo stati con le unità di strada, andando incontro a fratelli e sorelle che non hanno casa.

Abbiamo chiesto ad alcuni dei ragazzi di immaginare di scrivere un messaggio di ringraziamento alla persona incontrata che più era stata un dono per loro. Di seguito leggete i loro contributi.

Presso la casa famiglia “Mia gioia”

Caro Mattia,

quando sono arrivato a “Mia Gioia” non immaginavo che una delle persone che mi avrebbe lasciato il segno più profondo saresti stato proprio tu. Abbiamo passato insieme solo qualche ora, giocando in cortile con il pallone, correndo dietro al tuo monopattino quando si incastrava nelle buche e ascoltando le frasi delle pubblicità e dei film che ripetevi continuamente.

All’inizio mi facevano sorridere le tue richieste continue di un tè alla pesca o al limone ma poi ho iniziato a guardarti meglio. Mi ha colpito il modo in cui, quando eri stanco, ti giravi verso di me, mi chiamavi per nome e chiedevi aiuto. A volte volevi semplicemente che ti abbracciassi. Non so se quell’abbraccio ti aiutasse davvero a recuperare le energie, ma so che stava aiutando me a capire qualcos’altro.

Spesso pensiamo di dover essere forti da soli. Nascondiamo paura, fragilità e fatica, perché abbiamo paura del giudizio degli altri. Tu invece mi hai mostrato una cosa che non avevo ancora capito a fondo: chiedere aiuto non è una debolezza. Quando non ce la facevi, lo dicevi. Quando avevi bisogno di qualcuno, lo cercavi. Senza vergogna.

Forse non saprai mai quanto mi hai insegnato in quelle poche ore. Io però porterò per sempre con me il tuo esempio.

Grazie Mattia, perché attraverso la tua semplicità mi hai ricordato che nessuno cresce da solo e che avere il coraggio di affidarsi agli altri è una forma di forza.

Vincenzo

Presso il CEC Iktus di Guglionesi

Ci sono momenti che ti cambiano. Ascoltare la tua storia è stato uno di quelli. Non dimenticheremo le lacrime versate per i tuoi figli e la frase che ci ha colpiti: “È normale per un padre vergognarsi del figlio, non per un figlio vergognarsi del padre”. Lì abbiamo capito il tuo dolore, non legato solo al carcere, ma alla consapevolezza di aver spezzato il legame più forte. Ci raccontavi del traffico di armi, del night club, di un giovane padre ucciso: abbiamo visto un uomo toccare il fondo. In quell’inferno hai avuto il coraggio di alzare la testa dalla punta dei piedi, come dice Don Oreste, hai guardato il cielo e hai chiesto a Dio di fermarti, perché non ce la facevi più a distruggere vite. Poco dopo, sei stato arrestato. Per il mondo la tua fine, per te la risposta immediata. Dio ti ha ascoltato e salvato, ma per farlo ha dovuto toglierti tutto. Vederti oggi in questa comunità, mentre percorri la tua vita facendo del bene ci fa capire cosa sia la rinascita. Non hai cancellato il tuo passato, il dolore è ancora vivo nelle tue lacrime, ma hai permesso a Dio di darti una possibilità. Don Oreste dice che la vita diventa un canto stupendo quando ci si fa dono. Tu oggi sei quel dono per le ragazze che salvi dalla strada, per i ragazzi della comunità, perché avendo conosciuto il male sai come tornare alla luce. Grazie Franco per aver pianto davanti a noi, mostrandoci la tua vulnerabilità, per averci insegnato che noi non siamo i nostri errori, che c’è sempre un giorno per ricominciare a guardare il cielo. Custodiremo questo incontro come il dono più grande del nostro campo.

Federica e Sofia

Presso la Capanna di Betlemme di Chieti

Cara Michela,

 questo campo è stato ricco di emozioni ed esperienze molto forti.

Non appena mi sono seduta al tavolo vicino a te mi hai iniziato a parlare subito come se ci conoscessimo da una vita. Hai iniziato a parlare di te senza pensare al fatto che davanti avevi una sconosciuta. Nel parlare con te ho colto subito un atteggiamento che ho anche io. Mi sono rivista nel tuo modo di sdrammatizzare per rendere più leggera la situazione. Questo è quello che mi ha colpito subito di te e di ciò che sei.

Hai avuto il coraggio di raccontarti a me, di aprirti senza paura di ciò che potessi pensare. Non sei andata troppo oltre, mi hai raccontato ciò che ti sentivi di dirmi senza paura e soprattutto senza mettere muri tra me e te, cosa che invece io ho fatto, ma che, non appena ho visto la tua volontà nel conoscermi, ho tolto provando a raccontarti qualcosa. Questo è uno degli insegnamenti che mi hai dato: aprirmi, raccontarmi senza paura di ciò che possano pensare gli altri e dei loro pregiudizi.

Quando è arrivato per te il momento di andare, mi hai salutato dicendomi “ti voglio bene”. Una frase che si dice spesso, ma lì l’ho sentita vera e sincera. Io non ho avuto il coraggio di risponderti, ma voglio che tu sappia che anche io ti voglio bene.

Ti ringrazio veramente tanto per tutto, per il tempo che mi hai dedicato e per tutto ciò che mi hai insegnato. Ti voglio bene

Marta

Durante l’esperienza delle unità di strada, soccorrendo un uomo pesantemente addormentato, per il troppo alcool assunto

Ciao,

non so come ti chiami, da dove vieni o chi sei, ma quella sera, durante l’unità di strada, mi hai cambiata. Fermandomi per i minuti che sembravano non passare mai a guardarti su quella panchina in centro, accasciato e con il volto coperto, ho immaginato il tuo futuro se incontrassi le persone giuste e avessi il coraggio di riscattarti. Avevo appena trascorso la giornata con persone che avevano vissuto per strada e che avevano trovato la forza di rialzarsi. Mi sono chiesta se un giorno potesse accadere anche a te.

Perché è questo che mi hanno insegnato i ragazzi della Capanna di Betlemme: si possono ritrovare respiro, dignità, identità e speranza anche nei momenti più bui. Durante la Messa al CEC di Termoli, uno dei carcerati ha detto: «Prego affinché la nostra speranza rimanga sempre viva». E io non posso fare altro che augurarti la stessa cosa.

Non so niente di te, non ci siamo scambiati nemmeno una parola, eppure sento di doverti ringraziare. Guardandoti ho compreso davvero il significato di una frase che avevamo ascoltato tante volte: «L’uomo non è il suo errore». Non ho visto soltanto un senzatetto abbandonato a se stesso, ma un uomo che stava attraversando una caduta e che avrebbe potuto rialzarsi.

Spero che tutti imparino a guardare il mondo con questa umanità.

Non perdere mai la speranza e ritrova te stesso,

Anna

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