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Intenzioni di preghiera del Papa

Pregare con la Parola di Dio

Per gennaio 2026 Papa Leone ha affidato alla Chiesa questa intenzione: “Preghiamo affinché la preghiera con la Parola di Dio sia nutrimento nelle nostre vite e fonte di speranza nelle nostre comunità, aiutandoci a costruire una Chiesa più fraterna e missionaria”. L’articolo che segue approfondisce questo tema, offrendoci una riflessione che provoca, incoraggia e accompagna chi desidera approfondire il rapporto con la Parola.

Una Parola che ricostruisce

C’è un punto preciso, in molte giornate, in cui ti accorgi che non è stanchezza del corpo. È stanchezza dell’anima. Hai parlato tanto, hai ascoltato tanto, hai risposto tanto. Hai tenuto insieme persone, urgenze, problemi, richieste. E quando finalmente il silenzio arriva, ti siedi e senti che dentro resta un rumore sottile. Non sempre è tristezza. A volte è solo un nodo. Un groviglio di pensieri. Un peso che non sai spiegare. E lì capisci una cosa: non ti serve un’altra parola qualsiasi. Ti serve una parola che non ti consumi. Ti serve una parola che ti ricostruisca.

Noi viviamo immersi nelle parole. Parole che scorrono sugli schermi, parole che ci piovono addosso nei corridoi, parole che ci restano incollate addosso anche quando nessuno le ripete più. Alcune parole ci hanno fatto diventare grandi, altre ci hanno fatto diventare piccoli. Alcune parole sono state carezze, altre sono state spine. Perché ci sono frasi che ti mettono in piedi e frasi che ti spezzano. E il cuore, senza che ce ne accorgiamo, archivia tutto. Conserva l’eco di un rimprovero, di una derisione, di una promessa mancata, di una porta chiusa in faccia. Conserva anche le parole che non abbiamo mai ricevuto: “sono fiero di te”, “mi manchi”, “ti perdono”, “ti voglio bene così come sei”.

Fermati e ascolta

E succede che, mentre andiamo avanti, dentro di noi continua a parlare un tribunale. Continua a parlare una voce severa. Una voce che ripete: “non sei abbastanza”, “non cambierai mai”, “sei sempre il solito”, “sei un problema”, “sei di troppo”. Non lo diciamo ad alta voce, ma lo sentiamo. E quando questa voce prende spazio, la vita diventa una prestazione, la fede diventa un peso, la preghiera diventa fatica. Perché provi a parlare a Dio, ma dentro stai ancora rispondendo a quelle parole che ti hanno ferito.

Ecco perché l’intenzione del Santo Padre è così potente: pregare con la Parola di Dio. È come se il Papa, all’inizio dell’anno, ci prendesse per mano e ci dicesse: fermati. Non correre subito. Prima ascolta. Prima lascia che una Parola diversa entri nel tuo cuore. Perché la Parola di Dio non è una frase motivazionale, non è un consiglio generico, non è un pensiero consolatorio. È una Presenza. È Cristo che ti parla. E quando Cristo parla, non alza mai la voce, ma arriva dove deve arrivare.

Sei figlio

La Parola di Dio ha un modo tutto suo di avvicinarsi. Non sfonda la porta. Non ti costringe. Non ti umilia. È discreta, ma insistente. Ti aspetta. E quando finalmente le apri, magari solo per pochi secondi, ti accorgi che ti stava già cercando. A volte basta una riga. Una sola. Ti attraversa come una lama di luce. Non perché ti risolve tutto, ma perché ti riordina dentro. Ti fa respirare. Ti fa sentire che non sei soltanto il tuo fallimento, non sei soltanto la tua fatica, non sei soltanto ciò che gli altri hanno detto di te. Sei molto di più. Sei figlio.

Pregare con la Parola significa questo: lasciare che Dio prenda le parole che ci hanno fatto male e le trasformi. Non cancellandole come se non fossero esistite, ma cambiandone il peso, la voce, il destino. Prendere un “non vali” e lasciarlo incontrare da un “tu sei prezioso ai miei occhi”. Prendere un “sei sbagliato” e lasciarlo attraversare da un “io ti ho scelto”. Prendere un “sei solo” e lasciarlo smentire da un “io sono con te”. Questa è la guarigione più profonda: quando dentro di te non comanda più la parola dell’uomo, ma la Parola di Dio.

Accolti così come siamo

Il Papa usa una parola concreta: nutrimento. E qui c’è una verità che conosciamo tutti: si può essere pieni di cose e vuoti di senso. Si può essere circondati e sentirsi soli. Si può avere la giornata piena e il cuore affamato. La Parola nutre perché entra proprio dove abbiamo fame: non nello stomaco, ma nell’anima. Nutre quando non hai voglia di pregare. Nutre quando sei arrabbiato e ti vergogni di esserlo. Nutre quando ti senti inadeguato, quando ti senti giudicato, quando non sai da dove ricominciare. Nutre anche quando ti corregge, perché lo fa come fa un Padre: non per schiacciarti, ma per salvarti.

E la cosa più bella è questa: la Parola non ti chiede di essere “a posto” per avvicinarti. Non ti chiede di essere “degno”. Ti chiede solo di essere vero. Di portare davanti a Dio non la versione migliore di te, ma quella reale. Quella che piange, quella che sbaglia, quella che ha paura, quella che si irrigidisce, quella che si difende. Perché la Parola non è un premio per i bravi: è una medicina per i vivi.

La Parola nutre la comunità

Il Santo Padre parla anche di fonte di speranza nelle nostre comunità. Fonte significa che la speranza non si produce a comando. La speranza non nasce perché qualcuno ci dice “andrà tutto bene”. La speranza nasce quando la Parola accende dentro una certezza: anche se oggi non capisco, non sono abbandonato. Anche se sto attraversando una valle, non sono senza senso. Anche se mi sembra buio, non sono senza una mano. La speranza cristiana non è ottimismo: è presenza. È sapere che Dio non se ne va quando la vita trema.

E qui la preghiera diventa comunitaria, ecclesiale, concreta. Perché una comunità che non è nutrita dalla Parola rischia di vivere di nervosismo, di abitudini, di divisioni sottili, di ferite non guarite. Una comunità nutrita dalla Parola, invece, impara un altro linguaggio. Impara la misericordia. Impara l’ascolto. Impara a non etichettare. Impara a non fare del giudizio una casa. Impara ad accogliere senza perdere la verità. Impara a costruire ponti. E una comunità così diventa speranza non perché è perfetta, ma perché è abitata.

Infine il Papa ci indica una direzione: una Chiesa più fraterna e missionaria. Qui capisci che pregare con la Parola non serve a diventare “più spirituali” per allontanarci dalla vita. Serve a diventare più umani per entrarci meglio. Se la Parola mi nutre davvero, cambia il modo in cui guardo gli altri. Mi rende meno pronto a giudicare e più pronto a capire. Meno rigido e più misericordioso. Meno preoccupato di difendermi e più capace di servire. Una Chiesa fraterna è una Chiesa dove si respira. Una Chiesa missionaria è una Chiesa che non fa rumore, ma fa bene. Che non rincorre il consenso, ma rincorre chi è rimasto indietro. Che non si impone, ma si dona.

Aprire il Vangelo ogni giorno

Per questo, in questo mese, vorrei proporre un gesto semplice e potente, alla portata di tutti, anche di chi si sente lontano e anche di chi non sa più pregare: aprire il Vangelo ogni giorno e restare su una sola frase. Una. Leggerla lentamente. Portarla con te come si porta una parola che calma. Ripeterla quando senti salire il rumore. E la sera domandarti, con sincerità: dove mi ha raggiunto oggi questa Parola? In quale momento mi ha fatto respirare? Non serve fare tanto. Serve essere fedeli a un incontro.

Unendomi al Santo Padre, prego così:

Signore Gesù, Parola viva del Padre, entra nelle parole che ci abitano. Guarisci quelle che ci hanno ferito e sciogli quelle che ci tengono prigionieri. Fa’ che la tua Parola diventi pane nei giorni stanchi, luce nelle decisioni difficili, consolazione per chi si sente solo, coraggio per chi non riesce a rialzarsi. Rendici una Chiesa nutrita dal Vangelo: fraterna nelle relazioni, umile nello stile, missionaria senza rumore, capace di speranza vera.

Questo mese, pregare con il Papa significa scegliere la strada più semplice e più rivoluzionaria: sedersi un attimo e ascoltare. Perché quando la Parola di Dio entra, non fa scenografia: fa casa. E dove fa casa, rinasce la vita.

Don Cosimo Schena

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