Strumenti nelle mani di Dio: la MEG band al Convegno

Al Convegno di Frascati ogni celebrazione e ogni momento di festa sono accompagnati dalla musica e dai canti che fanno da “colonna sonora” del nostro stare insieme e del nostro pregare. Ascoltiamo dalle voci di alcuni componenti della MEG band come hanno vissuto questa esperienza.
Mi abbandono alle sue mani

Da ormai sette anni vivo un’esperienza che accompagna il mio cammino nel MEG: suono come tastierista nella MEG band.
La chiamata per fare questo servizio è arrivata nel 2019 dall’allora Responsabile Nazionale del MEG, Andrea Picciau.
Avevo accettato subito, perché da anni suonavo nella band regionale del MEG in Sardegna. La musica ha sempre accompagnato il mio cammino di fede, diventando per me un modo concreto per lodare il Signore e aiutare gli altri a incontrarlo nella preghiera.
Ma presto mi sono accorto che il servizio nella band andava ben oltre me stesso.
Fin dall’inizio, come gruppo, abbiamo scelto di mettere al centro il servizio e non i singoli. Il nostro unico obiettivo è essere strumenti umili attraverso cui la Parola di Dio possa passare e arrivare ai cuori dei ragazzi.
Non è sempre facile — ci sono le prove, le stanchezze, i momenti in cui l’emozione prende il sopravvento — ma ogni volta che vedo i ragazzi cantare, pregare, lasciarsi toccare da un brano, capisco che ne vale la pena. È lì che Dio si fa presente, semplice e vero, in un sorriso, in uno sguardo, in un canto che nasce dal cuore.
Questo servizio mi ha insegnato l’umiltà e l’importanza dell’autenticità: non suoniamo per essere ascoltati, ma perché attraverso di noi Qualcun Altro possa arrivare agli altri.
Con la vita nelle mani mi abbandono alle Sue mani — e in quell’abbandono ritrovo il senso più vero del servire.
Michele Cossu – CA
Ne vale la pena

È il secondo anno che faccio servizio nella MEG band. L’anno scorso, essendo nuovo in un gruppo già rodato, gli “unici” miei compiti erano suonare e comprendere come funziona il Convegno per la band, cercando di imparare ad usare la strumentazione, capire tempi e dinamiche di questo servizio, e coglierne lo spirito.
Quest’anno il gruppo si è in buona parte rinnovato e io mi sono trovato già inserito fra i “vecchi”. Questo mi ha causato un po’ di preoccupazione: in un Convegno le cose che possono andare male sono tante, e con un gruppo fondamentalmente nuovo la gestione dei momenti critici sarebbe stata un po’ un’incognita. Inoltre, avevo avuto un periodo un po’ turbolento prima del Convegno, con poco tempo per suonare e prepararmi. Possiamo dire che le premesse non erano esattamente delle migliori.
I mezzi per affrontare questa situazione? La passione e la voglia di suonare, una maggiore consapevolezza di come funziona il servizio band e di cosa comporta, la fiducia negli altri membri e, su tutto, la fede.
Il Convegno per la band è lungo. Inizia uno o due giorni prima, per preparare la strumentazione, finisce un giorno dopo, per rimettere tutto a posto, e nel mezzo i momenti liberi sono quasi tutti impiegati per provare. È una faticaccia dall’inizio alla fine. Subito però si capisce qual è lo spirito: rendersi tramite della Parola di Dio per gli altri, attraverso la musica.
Ma ne vale la pena?
Sentire il tendone che canta a squarciagola l’inno nuovo, ma anche vedere le persone che pregano, senza badare a noi, accompagnate dalla musica, dà un senso a tutte le energie spese durante la settimana del Convegno e durante tutto l’anno di preparazione. Tutta la fatica si trasforma in gioia.
Quindi sì, ne vale la pena.
Giacomo Lavena – CA

La cura passa da qui
Mi chiamo Matteo, vengo da Napoli, e per me questo è stato il convegno della “cura”. Ho vissuto il servizio che mi è stato affidato come un abbraccio fin dall’inizio: dalle preparazioni del giorno precedente, fino alle funzioni e alle veglie.
Dopo un periodo di difficoltà personali, questi giorni sono stati per me un modo per prendermi davvero cura di me stesso: per guarire dalla paura di sbagliare, dall’ansia di non essere abbastanza o, forse, di essere troppo. In questo Convegno, e in particolare grazie alla band, ho capito che non conta solo quanto una persona sia brava o capace, ma ciò che riesce a trasmettere a chi le sta accanto: le emozioni, i sentimenti, la presenza.
Ho sempre desiderato far parte di quel gruppo di ragazzi che, quando li guardavo dall’altro lato, sprigionavano un’energia, una carica e una sensibilità che ora, vivendo questa esperienza dall’interno, ho potuto sentire ancora più intensamente. Vederli da questa prospettiva mi ha riempito il cuore. Entrare a farne parte è stato come ritrovare una parte di me che avevo messo da parte: la gioia semplice di condividere, di ascoltare, di lasciarmi guidare farmi insegnare.
Questo Convegno mi ha insegnato che la cura passa anche da qui: dal tempo donato agli altri, da uno sguardo che ti fa capire che non sei solo, da una parola che ti fa commuovere.
Torno a casa con il cuore pieno, consapevole che ogni accordo suonato è stato un piccolo passo verso una versione di me più vera e più libera.
Matteo Giordano – NA

Il tempo di Dio
I miei tempi non sono i tempi di Dio. Questa frase mi è stata ripetuta tante volte, e ogni volta che l’ho sentita mi ha dato fastidio. Sento però che oggi sia il miglior modo per parlare di ciò che ha significato per me quest’anno prestare servizio nella la MEG band.
Da tanto tempo ormai la musica è dentro le cose che vivo e quando mi è stato proposto di portarla nel MEG, una cosa per me già tanto piena e bella, ne sono stato molto felice.
Ho sbagliato però il modo nel quale approcciarmi all’impegno che mi veniva chiesto: desideravo tanto entrare nella band e spinto dalla mia irrequietezza ho cercato il più possibile di affrettare il mio ingresso nel gruppo.
Ma quello non era il tempo giusto. Così, grazie all’attesa e all’aiuto dei più grandi, ormai nella band da tanti anni (li ringrazio per avermi corretto in maniera chiara e delicata), sono riuscito a maturare e a capire che nella MEG band non viene chiesto solo di suonare, ma di prestare un servizio.
Quest’anno ho partecipato come membro effettivo del gruppo, e sono infinitamente grato ai ragazzi del complesso per avermi dato il tempo di crescere. Ho capito che la band non è un palcoscenico ma che, anzi, il bello del tendone è proprio che le persone che suonano si trovano sullo stesso pavimento, alla stessa altezza, delle persone che ballano e cantano. Per la prima volta ho capito cosa significa decentrarsi ed essere strumento di lode per gli altri.
Alla fine dei conti, la differenza tra i miei tempi e quelli di Dio mi ha fatto crescere e mi ha permesso di arrivare “all’altra riva”.
Francesco Romano – CT











