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“La porta del servire”, un’esperienza di inattesa fraternità

Il campo missionario nazionale C14 senior ha l’obiettivo di introdurre i ragazzi nella dimensione del servizio, che sarà poi centrale in branca Pre-T. Quest’anno il campo ha avuto luogo dal 10 al 15 giugno, presso la Comunità Emmanuel di Lecce. Abbiamo chiesto ad alcuni dei partecipanti di raccontarci qualcosa.

Che cosa avete fatto in questo campo missionario?

Matteo (Roma): Durante questo campo abbiamo potuto passare molto tempo presso diversi centri terapeutici per le dipendenze. Sono comunità vicine tra di loro, nella campagna tra Lecce e Novoli, ma in ciascuna di esse la vita è diversa, e questo è il bello. Da una parte si gioca a calcio, da un’altra a pallavolo, da un’altra ancora si vede un film o si canta tutti insieme. Ma sapete la cosa che mi ha stupito di più e che ha accomunato tutte le realtà? È il sorriso con cui sono stato accolto: a volte un po’ sdentato, a volte sforzato, ma comunque un sorriso. Non avrei mai immaginato di ridere, sorridere e divertirmi così tanto con queste persone e, soprattutto, di sentirmi così “ospitato”. Sono venuto per servire e sono stato servito. E mi è piaciuto tanto ascoltare… Consigli di persone che a un certo punto della vita hanno imboccato la strada sbagliata, il vicolo cieco; ma hanno detto a me di non prendere mai quella strada. Perché la vita è strana, mi hanno detto, ti mette alla prova, ti fa arrabbiare, ma mi hanno detto anche che è bellissima. E io mi voglio fidare di loro.

Quale è stato il momento più bello per voi ragazzi?

Gabriele (Napoli): Per me il più bello è stato la giornata vissuta con i ragazzi di Villa Marsello. Mi ha stupito davvero tanto il momento del confronto (è il momento in cui ciascuno valuta come è trascorsa la giornata, le emozioni che hanno prevalso, gli impegni a cui hanno saputo o non hanno saputo prestar fede, le osservazioni – loro li chiamano “confronti” – che hanno saputo accogliere oppure no da parte degli altri), perché i ragazzi riescono a vedere e a condividere i loro aspetti negativi con tutti gli altri, senza alcun timore. Oltre a questo, mi ha colpito la quantità di grazie che dicevano all’equipe o a chiunque avesse fatto qualcosa per loro. Infatti nella condivisione di fine giornata ho visto nei loro occhi la gioia dell’aver incontrato noi, e questo veramente mi ha riempito il cuore. Nel pomeriggio mi sono fermato a parlare con alcuni di loro che mi hanno raccontato la loro storia. La cosa che accomuna queste storie è il coraggio di ripartire dopo essere quasi arrivati a un punto di non ritorno.

Che cosa avete imparato?

Elisa (Altamura): Sono entrata in punta di piedi nel gruppo di C-14 e sono uscita con degli amici, sono arrivata prigioniera dei miei tanti pregiudizi e ne sono uscita libera, con una visione completamente diversa.

Ero molto spaventata da questi uomini muscolosi e tatuati, con cicatrici sul loro corpo. Rendendoci parte della loro giornata, mi sono resa conto che preoccuparsi non serviva a nulla perché si trattava di persone normalissime, come noi. Anzi, sotto certi punti di vista, anche migliori.

Non avrei mai pensato, prima di quest’esperienza, di poter stare tra tante persone che non conoscevo prima, per un periodo così lungo, e soprattutto di stare così bene. Mi mancava tanto questa spensieratezza.

E qual è stato il momento più significativo per voi responsabili?

Emma (Milano): Maria, una delle donne del centro terapeutico femminile, mi racconta che il suo secondo figlio è nato in astinenza. Da persona ignorante in materia, non so bene cosa significhi, ma dall’espressione del suo volto, e dagli occhi che incominciano a inumidirsi, capisco che non è una cosa bella. Il bambino ha dei gravi problemi di salute, mi dice. È un peso che mi porterò per sempre, dice, come se ripetere a voce alta quella colpa possa, un giorno lontano, cancellarla o, almeno, alleggerirla. Mi colpisce il suo nome: un nome di mamma. Mi colpisce ancor di più la mia reazione: non è di giudizio, non è di giustificazione; riesco, non senza effetti collaterali che si mostreranno il giorno dopo, ad ascoltarla, a sentire quel dolore e a parteciparvi senza sentirne, almeno apparentemente, tutto il peso addosso.

Ad ogni modo, inizio a pensare a cosa potrei dirle per togliere qualche chilo da quel macigno che le appesantisce il cuore… Inaspettatamente, anche qui, l’ascolto si traduce in parole: «gli hai comunque donato la vita; sarà una vita più difficile, certo, ma sempre meglio di una non-vita.» Lei annuisce, si asciuga le lacrime e mi dice: io gli voglio tanto bene. E io, che di figli non ne ho, ma che ho una mamma, le dico: si vede, ed è questo quello che conta più di ogni altra cosa; l’importante è amare i propri figli.

Anche voi avete imparato qualcosa?

Emma Il Campo missionario mi ha fatto scoprire di essere in grado di guardare qualcuno e non vederne solo gli sbagli, ma riuscire a coglierne l’umanità; la capacità di ascoltare un dolore immenso, in certa misura auto-provocato, senza però pensare – in nessun momento– che sia meritato.

Marco (Pescara): Ricucire fraternità là dove i colpi della vita, l’uso di sostanze, i comportamenti antisociali o la malattia mentale l’hanno strappata e ingarbugliata. Tornare a stendere e riannodare i fili per scoprire che ora siamo migliori di prima, più umili, focalizzati sul gusto delle relazioni e delle cose semplici della vita. Essere traghettati dall’amore per il potere, al potere dell’amore (Gandhi). Questa la metamorfosi che ho sperimentato in me ed intorno a me.

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