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Oltre il MEG

Il coraggio di restare umani

È di qualche giorno fa la notizia che tredici agenti di polizia penitenziaria sono stati arrestati, e altri otto sospesi, nell’ambito di un’indagine per maltrattamenti, tortura e tentata violenza sessuale a danno di detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano. Le segnalazioni sono arrivate dai detenuti stessi, da alcuni operatori che lavorano all’interno dell’istituto penitenziario, dai genitori dei ragazzi e dal Garante per i diritti delle persone detenute. Emma, della comunità di Milano, coglie l’occasione della notizia per offrirci alcune riflessioni.

Un Paese non giusto

Ci sarebbero tante cose da dire su quanto è successo, e la vicenda, dal punto di vista processuale, è ancora acerba per potersi pronunciare in maniera netta. Questo, però, non ci impedisce di utilizzare questa notizia come punto di partenza per una breve riflessione su quello che, personalmente, ritengo sia uno dei drammi più atroci e silenti del nostro tempo: le condizioni di vita dei detenuti.

Viviamo in un Paese in cui la stessa notizia che oggi commentiamo è finita in secondo piano dopo solo poche ore. E pensare che il silenzio sul tema sia dovuto solo al rispetto della presunzione di innocenza, probabilmente, è troppo ottimistico. Dall’inizio dell’anno, almeno trenta persone detenute si sono tolte la vita all’interno di un carcere. Eppure, di questi suicidi non si sente parlare quasi mai.

Le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari costituiscono, forse, la principale cartina di tornasole per valutare lo stato di civiltà di un Paese democratico, e notizie come queste ci ricordano, ciclicamente, che abbiamo ancora tanto lavoro da fare per diventare un Paese giusto. Come dice la mia Professoressa di giustizia riparativa, Claudia Mazzucato, una società veramente giusta, in cui tutti possono sentirsi al sicuro, è in grado di proteggere sia il più debole che il peggiore dei suoi membri.

Vite che ci riguardano

Il motivo per cui frequentemente pensiamo che queste vicende non ci riguardino è tanto semplice quanto subdolo: dei detenuti nessuno si preoccupa, perché sono la parte «marcia» della società, quella scartata, quella che ha sbagliato di più, che ha fatto cose terribili. E allora, da un lato ci riteniamo innocenti rispetto a queste persone e ci sentiamo per questo legittimati a giudicarle inferiori a noi (almeno moralmente); dall’altro lato, sapere che queste donne e questi uomini sono relegati da qualche parte, fuori dalla nostra portata, ci rassicura: sentiamo che in fondo è giusto così, che se lo meritano. Tuttavia, quello di pensare che il male vada ripagato con altro male, che sia giusto infliggere una sofferenza a chi ha fatto altrettanto, è uno degli equivoci più antichi della natura umana .

Lo stesso messaggio del Vangelo ci chiama a non voltarci dall’altra parte: proprio il fratello che più ha sbagliato è quello che ha maggiormente bisogno del nostro aiuto. Pensare che ciò che accade dietro quelle sbarre non ci riguarda ci rende disumani, nel senso letterale del termine: nel momento in cui smettiamo di vedere l’umanità di un nostro fratello e di preoccuparci per il suo bene, ci dimentichiamo anche la nostra umanità. Ed è questa stessa disumanità che ha portato degli agenti penitenziari a pensare che i detenuti (anche se minorenni, e, quindi, per definizione, più vulnerabili) meritassero di essere picchiati, insultati, violati. Ci si convince che la vita di chi ha sbagliato conti meno di altre. Ma è una brutale semplificazione: la vita di ciascuno di noi è talmente ricca, intrecciata, costellata di variabili, da non poter essere sintetizzata guardando solo al suo momento più buio. Come ci sentiremmo, se chi incontriamo vedesse in noi solo il nostro peggior sbaglio?

Dal buio alla luce

Le mie parole non vogliono in nessun modo giustificare o sminuire il male che chi commette un reato procura alla vittima, alla comunità e a se stesso. Ciò che, però, credo profondamente è che questa sofferenza non debba essere sprecata: il dolore diventa inutile, o addirittura nocivo, se non è utilizzato come occasione di crescita, se ci tiene bloccati in un passato che non si può cambiare. La nostra fede ci aiuta a credere che il Signore ci accompagna nei luoghi più bui e dolorosi della nostra vita per renderli occasioni di luce. Ma anche per chi non ha il dono della fede, può essere possibile rileggere una vicenda tragica come quella del reato per ricostruire, per usare ciò che di orribile è capitato per «scrivere una storia nuova». Come? La giustizia riparativa può essere uno strumento di enorme aiuto ma, allo stesso tempo, è un percorso “per tutti, che non è da tutti”. Si può iniziare, però, con piccoli passi, il primo dei quali richiede un grande sforzo: il coraggio di restare umani, anche davanti alle peggiori disumanità.

Ti guardo e vedo me

Un anno fa, incontrando alcuni detenuti del carcere di Opera, a ciascuno di noi studenti è stato chiesto di scrivere un messaggio anonimo, una dedica, su un libro che sarebbe stato successivamente regalato ai detenuti. Credo non sia un caso che le prime parole che mi sono venute in mente siano quelle dell’inno del MEG, «Uno», che parla di fraternità, unità e umanità. Ho scritto una specie di poesia, che vi lascio, in conclusione di questi pensieri:

Ti guardo e vedo me,

Una scelta sbagliata, una strada sbandata,

Piccole cose che hanno fatto grandi differenze.

Ti guardo e vedo me, un sorriso rubato al futuro

Ti auguro di essere piccola differenza

Che fa grandi cose

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Durante la messa in parrocchia alcuni bambini del MEG raccontano un'attività svolta durante il catechismo