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Scoprire mondi per tornare all’uomo

Ho conosciuto Denis a Scampia alcuni anni fa. Quando io ci arrivai, per la sua ricerca universitaria passava numerose ore al giorno familiarizzando con le persone, facendosi raccontare le loro storie. Ha poi proseguito la carriera professionale, sempre dedicandosi alle persone marginali. L’ho intervistato per comprendere che cosa vive un giovane appassionato in questo settore. (Padre Marco S.I.)

Una sfida personale

Presentati…

Mi chiamo Denis, ho 32 anni e vengo dalla provincia di Vicenza. Ho fatto diverse esperienze in giro per il mondo, sempre nell’ambito sociale. E da 5 anni vivo a Bologna e lavoro con i senza dimora.

A Scampia impegnato in una ricerca nei campi Rom. Come ci sei arrivato?

Sono cresciuto nell’ambito dell’Azione Cattolica e ho sempre avuto la propensione ad aiutare il prossimo. Mi ha sempre dato fastidio l’ingiustizia, già dal compagno di scuola che bullizza il compagno più debole. Poi questo a livello di parrocchia non mi bastava più. Ho fatto la triennale in scienze politiche a Padova, e la normale conseguenza sarebbero stati gli studi in diplomazia. Però io star dietro a una scrivania non lo volevo fare. Volevo sporcarmi le mani. Da lì l’idea di iscrivermi alla laurea magistrale in sviluppo e cooperazione, a Bruxelles. Prevedeva una ricerca sul campo nell’ambito delle marginalità. Così ho avuto l’opportunità di lavorare a Scampia nei campi Rom. Quel mondo in sé mi ha sempre affascinato. Da piccolo ero cresciuto col pregiudizio: “I Rom portano via i bambini, stai attento!”. Quindi avevo una certa paura rispetto a quel tipo di persone. Perciò è stata una sfida, anche personale.

Ho scoperto il mio mondo

È nella ricerca lì a Scampia che ho capito che lavorare con persone in situazione di marginalità era il mio mondo. Mi faceva sentire bene. A Scampia stando in mezzo ai Rom: credo sia stata la prima volta che non ho avuto paura del giudizio. Del resto, lavorare in questo tipo di contesti ti fa scoprire “mondi” molto belli, persone marginalizzate o vittime di pregiudizi, che in realtà sono vere risorse. Per esempio, facendo esperienza in unità di strada a Bruxelles, mentre studiavo all’università, ho avuto il primo contatto con persone senza dimora. Con la comunità di Sant’Egidio portavamo i pasti in strada un paio di volte a settimana. Racconto la scena più forte che ricordo: ho due panini, a una persona uno l’avevo già dato. Me ne rimaneva solo uno. La persona che lo ha già ricevuto mi chiede insistentemente anche l’altro. Io resisto. Ma l’altra persona a cui spetterebbe mi dice: “Dagli il mio… io non mangio da un giorno, lui non mangia da tre”. Questo tipo di solidarietà è più spiccata rispetto a quella di noi che abbiamo tutto e colpisce. Ti arriva come un camion addosso.

Ostacoli

Che difficoltà e diffidenze hai incontrato?

Ogni esperienza ha avuto le sue difficoltà a seconda dei contesti. Con i Rom è stata rispetto al mio contesto di origine. Amici storici che non capivano questa scelta. Un’altra difficoltà è stata quando ho lavorato con persone migranti nel mio paese, dove la maggioranza vota Lega. A Bologna invece il contesto non ti fa problema, perché ci sono tanti che operano nel sociale. La fatica è legata alla condizione dei lavoratori sociali: non c’è un vero riconoscimento, stipendi bassi, si è molto carichi sia come stress emotivo, che come monte orario. E tuttavia i tagli dei fondi continuano, come la sospensione dei tirocini o il non rimborso dei ticket sanitari per persone indigenti. In questo modo anche il diritto alla cura rischia di venire meno e non si riescono a fare progettualità con e sulle persone.

Come uscire da questa crisi politica e sociale?

Occorre tornare più all’umano e guardare meno al profitto. Mi riferisco a Bologna, che sta diventando sempre più una città vetrina, per turisti, con super progetti, come i Tecnopoli. Tutto è orientato al profitto. Basta vedere gli affitti: anche gli studenti non riescono più a permettersi una stanza. C’è da rimettere invece la persona al centro e anche il benessere collettivo (senza fraintendere, perché “benessere” non è identico a “ricchezza”).

Cambiamenti

Come la vicinanza agli ultimi ha cambiato la tua persona, che cosa ti ha dato?

Lo ammetto senza vergogna, all’inizio un po’ ti aiuta perché ti senti utile anche tu. Ora non lo faccio più per sentirmi utile, ma con le competenze e le capacità che ho acquisito “sono” utile. Insomma stare con gli ultimi mi ha aiutato a trovare il mio posto nel mondo. In secondo luogo mi ha insegnato ad essere me stesso. Lavorando con persone che vivono per strada, a loro non gliene frega niente se hai la maglia firmata oppure una da 3€. Questo è qualcosa che poi ti porti fuori anche con gli amici, nella vita quotidiana, ti toglie questa cosa dell’apparire, del paragone. Infine lavorare in un certo settore a Bologna, in una certa cooperativa, ti crea identità, legami sociali, competenze.

Il ruolo della fede

Come la fede ha influito o influisce sulle tue scelte?

Tutto parte con la fede: oratori, campi scuola, campi lavoro. È la matrice. Poi ho fatto diversi incontri che si legano alla fede. A Bruxelles dormivo in una comunità di gesuiti e uno di loro mi ha inserito nell’attività di Sant’Egidio con i senza dimora. È uno che ha imparato ad usare la fisarmonica, semplicemente perché lo avvicinava di più a loro. Lui si avvicinava a loro e i passanti lasciavano le offerte. Queste figure mi hanno ispirato. Allo stesso tempo le scelte che ho fatto mi hanno “allontanato” dalla fede. Nella parentesi in cui sono tornato nel mio contesto di origine a lavorare con i migranti, ma anche a Bologna, ero circondato da persone che vanno in chiesa tutti i giorni e poi magari ti dicono “il migrante, che se ne torni a casa sua”. E questo mi ha creato un cortocircuito. Insomma la fede mi ha ispirato e mi ha creato un cortocircuito. E rimane comunque una fonte di ispirazione. Frequento ancora parroci o persone che sono impegnate e lo fanno da missionari.

Educare è accendere risorse

In conclusione, che cosa consigli ad un giovane che voglia impegnarsi in questo settore?

Consiglio intanto di iniziare dal concreto, “sporcandosi le mani”, di seguire anche quella voglia, quel sentire iniziale e a volte anche conflittuale di “voler cambiare il mondo” perché rappresenta la spinta. Poi però, passata l’onda emotiva, capire se quello è l’ambito in cui si vuole continuare e con quale competenza (educatore, assistente sociale ecc.). Sicuramente non è un lavoro che porta a molto riconoscimento ed è comunque faticoso, ma dà molte soddisfazioni, soprattutto quando vedi che nel tuo piccolo sei riuscito, con l’aiuto della persona che hai davanti e con la rete dei servizi che lo supportano, ad accendere in lei qualche risorsa. Ecco, penso che fare l’educatore sia in qualche modo contribuire ad accendere risorse, individuali e collettive.

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