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Io avrò cura di te

Mi chiamo Giovanni, non faccio parte del MEG ma mi potrei definire un “osservatore esterno”, conoscendo molti di voi da più di quarant’anni. Cioè da quando ho cominciato a frequentare quella che sarebbe diventata poi mia moglie e madre dei nostri tre figli, Benedetta che, invece, il MEG lo vive a tempo pieno, da sempre. Sono un chirurgo e ho qualcosa da raccontarvi…

Nasce un desiderio

Da trentacinque anni opero in un grande ospedale pediatrico: chirurgia ricostruttiva su bambini, adolescenti e giovani adulti, per correggere malformazioni complesse dell’apparato urogenitale, Alcune di queste patologie sono a rischio per la vita; altre, se non trattate, comportano gravi disabilità. In queste situazioni un intervento chirurgico può salvare la vita e/o migliorarne molto la qualità.

La nascita del nostro primo figlio – innanzitutto un momento di gioia – è stata l’occasione per riflettere sul senso della mia professione: il duplice ruolo, di medico e padre, mi permetteva di comprendere meglio i genitori dei bambini che curavo. Capivo meglio quello che mio padre (chirurgo anche lui) mi aveva sempre ripetuto: per essere un buon medico era necessario innanzitutto essere formato come uomo.

Interrogandomi sul senso della mia professione, riflettevo anche su quello che in passato avevo visto viaggiando in altri continenti, allargando il mio sguardo su quello che avrei potuto fare ora per gli altri.

La partenza

Se la nascita di un bambino con una malformazione è sempre, anche in Europa, un momento difficile, per una gran parte della popolazione mondiale, può essere un dramma: infatti, nei Paesi con risorse limitate, troppo spesso può risultare impossibile far operare il proprio figlio (cure a pagamento, mancanza di chirurghi e di strutture…). Mentre si consolidava la mia esperienza chirurgica, sentivo crescere in me la voglia di fare qualcosa per i bambini di quei Paesi. Mancava solo l’occasione giusta per farlo.

La circostanza si presentò quando incontrai un collega di Parma, Carmine che, tramite l’associazione “Operare per”, da alcuni anni organizzava missioni chirurgiche presso ospedali gestiti da missionari dove famiglie indigenti potevano portare gratuitamente i figli per essere operati e, contestualmente, veniva formato il personale locale. I periodi richiesti non erano lunghissimi e i progetti erano continuativi nel tempo. Perfetto!

La prima volta, nel 1997, sono stato in Colombia. Poi sono partito altre 22 volte: Bangladesh, Cambogia, Malesia, Vietnam, Capo Verde e Ruanda, alcune volte rimanendo anche due mesi. Ho lavorato in ospedali di religiosi, governativi e in succursali del mio Ospedale che, in tutti questi anni, mi ha sempre favorito e sostenuto.

Quello che resta

Trattandosi di missioni chirurgiche, le mie giornate trascorrevano per lo più dentro l’ospedale a lavorare, spesso mangiando e dormendo lì. Ho visto quindi molto poco di quei Paesi. Nonostante questo, ho avuto l’opportunità di incontrare “mondi” e di entrare in relazione con i locali, molto di più di quando ho viaggiato per piacere. Una delle cose che ho capito è che, nella realtà della sofferenza e della gioia, siamo davvero tutti uguali.

Perché quando sei lì tutto ti segna e ti insegna. Il legame fortissimo con i colleghi con i quali condividi ogni esperienza. Lo sguardo felice dei bambini che tornano a casa guariti; il volto di una madre che vorrebbe baciarti le mani per ringraziarti per quello che hai fatto, anche se suo figlio non sei riuscito a salvarlo; la gratitudine, ancora dopo anni, del collega locale al quale hai insegnato una procedura chirurgica nuova. Ti segnano le situazioni che sembravano disperate e che sei riuscito a risolvere, il bambino che ti regala una conchiglia, le suore che, tra un intervento e l’altro, ti portano tè e biscotti, l’imam che ti invita alla scuola coranica per portarti ad esempio ai suoi studenti, o il missionario che ti aspetta in piedi a notte fonda, fin quando non hai finito di operare, per bere insieme a te una birra.

Mi è capitato anche di incontrare tante persone sorridenti, nonostante una vita incredibilmente dura, e questo ha cambiato il mio sguardo: ad ogni rientro molte preoccupazioni e inquietudini del “mio mondo” mi apparivano inutili.

Il ritorno

Tutte queste esperienze hanno per molti aspetti cambiato il mio lavoro quotidiano. Ho capito l’importanza della centralità del paziente, del lavoro di gruppo e quella del trasmettere le proprie competenze: moltiplicare i talenti che possediamo è sempre una chiamata a cui rispondere. Oggi, avendo maggiori responsabilità, posso allontanarmi di meno, ma sono molto felice quando ricevo i colleghi di paesi lontani che vengono a formarsi da noi e riesco a capire meglio i migranti che curo.

Penso che sia la fede che mi ha fatto decidere di partire. La spinta è venuta dal desiderio di essere utile, di dare qualcosa agli altri donando qualcosa di me stesso, anche in termini tempo, affetti, denaro. Ho ricevuto molto di più di quello che ho dato e anche questo penso di essere riuscito a riconoscerlo grazie alla mia fede.

Ho avuto poi modo di incontrare una Chiesa differente rispetto a quella che conoscevo, e non solo per un modo “diverso” di celebrare la messa. Se non fossi partito, non avrei avuto modo di toccare e farmi toccare dalla passione, dalla carità, dal coraggio di tanti missionari: Luis, Giovanni, Alfonso, Carlos, Renato, Riccardo, Augustin, Lorenzo. Alcuni di loro non ci sono più, ma ognuno mi ha lasciato un segno, un ricordo, un pezzettino della sua fede, facendomi sperimentare quel senso di universalità della Chiesa che forse, altrimenti, non avrei mai compreso. Erano persone molto diverse tra loro, ma simili nel loro desiderio di essere vicini agli altri. Come loro, cerco di avere la massima cura dei bambini che seguo e nutro la speranza che qualcuno, un domani, possa essere felice di avermi incontrato.

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