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Il lungo percorso della riconciliazione

La mattina del 16 marzo 1978, alle 9:02, in via Fani, a Roma, un commando dell’organizzazione terroristica Brigate Rosse, composto da 19 elementi, rapisce Aldo Moro (fondatore ed esponente di spicco della Democrazia Cristiana) e uccide i cinque carabinieri, componenti della sua scorta: Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Oreste Leonardi e Domenico Ricci. Quest’ultimo è il padre di Giovanni il quale, all’epoca, aveva solo 12 anni. Proprio Giovanni ci racconta il percorso di riconciliazione che lo ha portato a perdonare gli assassini.

Mio padre

Mio padre era un contadino. Nasce nel 1934 in un piccolo paese delle Marche dove vive fino a vent’anni quando decide di arruolarsi nei carabinieri. Una volta fatto il corso a Torino, viene mandato a Roma e, nel 1963, lo destinano a fare parte della scorta all’onorevole Aldo Moro, allora al primo mandato di Presidente del consiglio. Sarà sempre al suo seguito: anche quando Moro fu quattro volte Ministro degli affari esteri e per cinque volte Presidente del consiglio, sempre con quella FIAT 130 blu che sarebbe diventata la sua bara.

Il 16 marzo del 1978 era un giovedì e io sarei andato a scuola di pomeriggio (allora c’erano i doppi turni). Alle 9:30 squillò il telefono. Era un’amica di mia madre che, avendo sentito per radio la notizia dell’attentato, le chiedeva se quella mattina mio padre fosse in servizio. Lo era: aveva sostituito un collega a cui serviva il giorno libero.

Quando la vita cambia all’improvviso

Quel giorno nella mia vita è successo l’inimmaginabile. Non riuscii a capire chiaramente cosa mi stesse capitando, fino a quando non accesi il televisore e vidi le prime immagini. Riconobbi mio padre da una mano che penzolava da sotto il lenzuolo con cui lo avevano coperto, dall’orologio Zenit che portava sempre al polso, unico regalo che si era fatto in tutta la sua vita e che scandiva il tempo della sua presenza in casa. Infatti, quando quell’orologio era sul comodino, significava che papà c’era. Ed era cosa rara, perché non c’era festività – eccetto l’Epifania – in cui lui non fosse in servizio.

Un ricordo particolarmente tragico è quello che riguarda il giorno in cui mi trovai fra le mani l’edizione straordinaria de “La Repubblica” in cui compariva la foto di mio padre al posto di guida della 130, prima che lo coprissero: 7 colpi di pistola fra la testa e il collo. Il giorno dell’agguato furono sparati dai terroristi 91 colpi ravvicinati: non c’è stato scampo per nessuno. Quell’immagine ha accompagnato tutta la mia adolescenza: avevo un padre che, senza avere nessuna colpa, era stato ammazzato. Era terribile.

La voglia di vendetta

Ho cercato a lungo di comprendere il perché delle persone potessero essere arrivate a tanta violenza. La rabbia che provavo nei loro confronti dipendeva non solo dal fatto che mi avessero reso orfano, strappato via un padre con cui avrei potuto giocare a pallone, che mi avrebbe aiutato a crescere, che mi avrebbe potuto seguire negli studi… Ma non gli perdonavo che, in quel modo crudele, mi avessero anche reso diverso da tutti gli altri ragazzi. Più cercavo di capire le possibili ragioni, più cresceva in me l’odio e la voglia di vendetta. Intorno ai vent’anni, molte volte sono stato abitato dal desiderio di potere procurarmi una pistola e uccidere uno per uno gli assassini.

L’eredità per mio figlio

Nel 1996 nasce mio figlio. Si chiama Domenico, come il nonno. È in quel momento che comincio a rivedere i miei pensieri. Inizio, piano piano, a rendermi conto di avere reso oggetti, nella mia testa, i brigatisti rossi. Oggetti, cioè “qualcosa” – non “qualcuno” – da eliminare, da abbattere, da annientare. Avevo, di fatto, compiuto la stessa operazione di spersonalizzazione che anche loro avevano fatto con gli uomini che avevano ucciso, quindi anche con mio padre.

Proprio quando è nato Domenico mi sono domandato se avrei voluto consegnargli, lasciargli in eredità, quest’odio. Mi rendevo conto che se avessi scelto questa strada, quel rancore sarebbe inevitabilmente ricaduto anche sui suoi figli e sui figli dei suoi figli. E capivo che la stessa cosa sarebbe successa ai figli dei terroristi: avrebbero finito per pagare le colpe dei loro padri.

Un cammino a tappe

Se veramente volevo restituire un nuovo senso alla mia vita e soprattutto non rovinare la vita della mia famiglia, l’unica strada sarebbe stata quella di incontrare e guardare in faccia le persone che mi avevano fatto del male.

Ho iniziato questo itinerario di riconciliazione nel 2007. Non è stato semplice. Ho avuto bisogno di mediatori che accompagnassero il mio percorso, di garanti che ne assicurassero la correttezza e l’autenticità nelle diverse tappe. Ho iniziato scrivendo delle lettere ai terroristi: ero un fiume in piena! Ho avuto bisogno di quasi cinque anni per arrivare ad incontrarli di persona, a partire da Valerio Morucci, l’assassinio materiale di mio padre.

Li ho guardati negli occhi

La cosa che mi ha fatto sentire subito bene è stata guardarli negli occhi, vederli e riconoscerli come esseri umani e non più come più mostri.

Soprattutto la fede mi ha aiutato a riconciliarmi con quel passato terribile, riprendendo in mano tutta la mia vita per trovarne il senso che, prima di questa pacificazione, sembrava che fosse tutta concentrata in quel fotogramma del 16 marzo, in quella foto di mio padre senza il lenzuolo. Questo percorso mi ha liberato e mi ha aiutato a capire anche che la croce che portavano queste persone era ancora più atroce della mia. Le mie ferite, lavorandoci sopra, si stavano, un poco alla volta rimarginando, ma le loro ancora sanguinavano. La smisurata violenza che avevano agito, la responsabilità della morte di tanti innocenti non li avrebbero più lasciati, anche quando avessero riconosciuto di avere sbagliato.

Il perdono restituisce la vita

Attraverso la fede ho capito che l’amore è un seme da spargere che, quando attecchisce, cresce. L’unico modo per liberarsi dalla morsa del risentimento che ottenebra il cuore è “liberare” l’altro, chi ti ha fatto del male. È un percorso lento, faticoso, ma che dà frutto.

Oggi ricordo mio padre non per come è morto, ma per come ha vissuto: i suoi sorrisi, i suoi ricordi, le sue foto, la sua dedizione al servizio che svolgeva… E questo dà senso anche alle relazioni con la mia di famiglia. Oggi posso dire di vivere, proprio grazie al perdono, una nuova vita.

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